Campioni sotto il diluvio

(7-8 settembre 2019)

Verrà un giorno in cui il maltempo capirà che gli orientisti non rinunciano a partire per quanto infuri la pioggia o faccia un freddo invernale; ma non è stato il giorno dei campionati italiani long. Verrà un giorno in cui le intemperie comprenderanno che ottengono di più a rovinare il weekend di qualche gitante improvvisato o di sfortunati bagnanti al mare; ma non è stato il giorno della long di Millegrobbe. Perché se i campionati italiani sprint a Folgaria si sono corsi sotto la minaccia di un cielo grigio e cupo, il giorno dopo, sopra i prati e i boschi dell’altopiano di Lavarone, si è scatenato il finimondo, con il maltempo che ha cercato di emulare la giornata di tregenda della staffetta a Carpegna. Ma per quanto molti orientisti siano arrivati stremati, assiderati o semplicemente fradici, ben pochi si sono tirati indietro alla partenza, mostrando, ancora una volta, al maltempo di essere ossi davvero duri da rodere.

Un tempo eccezionalmente clemente aveva, invece, graziato i campionati italiani sprint. Ed è stato un bene, altrimenti tra i ripidi vicoletti di Folgaria sarebbe stato un bagno di sangue, in termini non soltanto figurati. Quanto al tracciato interessante, la missione è riuscita, nonostante la mappa più di tanto non potesse dare: non tutti possono avere Venezia, pertanto nella scarsità di soluzioni bisogna rimboccarsi le maniche.

Già dalla chiamata ai -3 minuti si capisce che sarà dura: subito una rampa assassina ed è appena la prima della giornata. Il tracciatore ha scelto una gara molto nervosa, con continui saliscendi; ma le discese durano un battito di ciglia, mentre le salite sembrano infinite. Ben presto, rampa dopo rampa, scalinata dopo scalinata, ci si chiede come sia possibile essere sempre a ridosso della via principale, se si annaspa ogni momento in salita. È una gara da fare a tutta, forzando sulle rampe e cercando di riprendere un po’ fiato nei brevi momenti di tregua. Metro dopo metro si incontrano altri concorrenti: nei loro volti è impressa una fatica via via più aspra, si ode il loro annaspare gradino dopo gradino. E quando la strada si fa finalmente larga e meno ripida, quando la mente indurrebbe a rilanciare per ovviare al tempo perduto, le gambe rispondono che non se ne  parla neanche, che o si rallenta o loro non muoveranno un muscolo di più. È una lotta serrata della mente contro il corpo che si ribella, quella che travaglia ogni orientista nelle ultime scelte.

Ma nulla può preparare a quanto accadrà il giorno dopo. Già quando la sveglia suona si ode l’infuriare della pioggia; le persone normali imprecherebbero un poco, poi tornerebbero a dormire. Gli orientisti, invece, ritirano ordinatamente materassini e sacchi a pelo, rifanno i letti e preparano la colazione, si vestono pronti a sfidarsi in quella che (già lo sanno) sarà una giornata durissima. Si arriva poi a Millegrobbe: i bei prati alpini sono avvolti sotto una cappa di nubi nere e scrosci di pioggia. Si esce dalle macchine e il freddo punge come mille aghi. Si corre a rifugiarsi nelle strutture coperte, rassegnati ma pronti. Quando si avvicina la partenza, gli orientisti afferrano bussola e si card, salutano i compagni di squadra come se non li dovessero vedere più, traggono un respiro ed escono.

Fuori li accoglie una prima mitragliata di pioggia, che sarà seguita da innumerevoli altre; il freddo si fa via via più feroce; il bosco appare cupo e diabolico tra i neri riflessi delle nubi. Ma tutto ciò non ferma i preparativi: si corricchia per scaldarsi, si fa qualche battuta nervosa per spezzare la tensione, e si va avanti. Il nubifragio, quasi indispettito da tanta resistenza, infuria sempre più; uso a rovinare i weekend di spauriti gitanti non riesce a capire come spezzare questi personaggi che si avviano uno dopo l’altro verso la partenza. Qualche soddisfazione la ottiene soltanto con chi porta gli occhiali, che in un amen diventano inutili orpelli. Il maltempo si sfoga come quei bulletti da quattro soldi che se la prendono coi più deboli, ma per uno che piega, altri dieci, venti, trenta, gli fanno pernacchie andando avanti punto dopo punto.

È un peccato perché il bosco pare un tappeto tanto si corre bene. I particolari sono distribuiti con onesta quantità, ingannando il giusto senza incattivire troppo. Le rampe stesse non sono mai troppo dure, le discese gentili. La long però, per la sua stessa, natura, obbliga ad ampi giri moltiplicando così il tempo di esposizione alle intemperie. Così, quando si arriva sui prati dell’ultimo loop si è già fisicamente provati. Qui il maltempo prova il suo ultimo scherzetto infido, alzando un vento freddo che abbatte i concorrenti debilitati. Quasi tutti vanno avanti, ma ora il prezzo da pagare è altissimo.

Negli spogliatoi si assiste a scene che decenni di riscaldamento e progressi tecnologici sembravano aver cancellato: i concorrenti arrivano uno dopo l’altro, sfiniti, infreddoliti, sfibrati dalla pioggia gelida. Alcuni non trattengono i tremiti in un corpo spogliato di ogni calore, altri arrivano praticamente assiderati, sofferenti, in lacrime. Si cerca in ogni modo un po’ di calore, tanto che i risultati e le riflessioni sulle scelte passano decisamente in secondo piano. È un ritorno della lotta primordiale dell’uomo contro le intemperie, quando non c’erano tetti o caldaie a scaldare gli spauriti ominidi prima che fosse scoperto il fuoco. Oggi siamo tutti molto più deboli di quei lontani progenitori, ma gli orientisti non sono decisamente dei pulcini infreddoliti. Ci sono sport in cui si sospende tutto quando il pallone non rimbalza; l’orienteering può vedere depressioni, come quella della 100, diventare dei laghetti, ma nessuno si tira indietro quando si deve entrare in quell’acqua gelida. Sarebbe bene che il maltempo si faccia due riflessioni su questo e, la prossima volta, si scelga avversari meno determinati.

Il weekend dei campionati italiani segna l’allungo della Polisportiva Besanese nella classifica di società; per quanto gli avversari incalzino a breve distanza, l’ottimo comportamento di élite, giovani e master bianco-rosso-blu consentirà di partire in pole position nelle ultime tappe di questa entusiasmante corsa.

Eppure il weekend aveva riservato più lacrime che gioie almeno per le WE, con i quarti posti di Anna nella sprint e Irene nella long, entrambe per un niente. A Folgaria è un PE a negare ad Irene un podio verso cui era lanciatissima dopo una gara praticamente perfetta, mentre Anna, dopo un inizio difficile, pare volare nel finale, ma non abbastanza per risalire fino ad un bronzo che rimane davvero ad un passo. Nella long Irene onora il titolo dello scorso anno, duellando fino alla fine per il terzo posto, che le sfugge per appena nove secondi; un’inezia contando i quasi novanta minuti di gara. Buone risposte dai maschi almeno nella sprint, dove piazzano due di loro nei primi quindici e ben quattro nei trenta. Giornata di sofferenza pura invece nella long.

Tra i giovani si prendono la copertina, Bianca, seconda in W20 nella sprint, e Marco Anselmo, secondo in M16 nella long. Per entrambi una gara senza sbavature, condotta sempre nelle posizioni che contano. Non fanno quasi più notizia gli ennesimi podi di Silvia in W12; anche per lei arrivano due argenti: davvero una certezza quando si parla di medaglie.

Per trovare i titoli italiani ci si deve spostare nelle categorie master, solita fucina di risultati per i colori bianco-rosso-blu. Manca il sigillo nella long, ma nella sprint sono tre i titoli che prendono la strada verso le collinette brianzole: Anna e Stefano dominano in W e M 50 rispettivamente, mentre Annamaria si prende il titolo in W60, dove almeno per le sprint quest’anno non ha lasciato che le briciole alle rivali.

Ma dietro questi acuti c’è tutta una squadra che si mostra pronta a lottare, scaletta dopo scaletta, curva di livello dopo curva di livello, rafforzando la leadership nel campionato a squadre dove anche il punto preso nelle categorie inferiori, nelle posizioni di rincalzo, può essere determinante per il successo finale.

(di Andrea Migliore)

Primiero week: si corre in Paradiso

(di Andrea Migliore)

Estate: tempo di cinque giorni. Tempo di correre con meno assillo del risultato, tempo di farsi guardare strano dai conoscenti non orientisti che ti chiedono, con sincera preoccupazione, perché impiegare le poche settimane di ferie a sgobbare tra boschi e prati di alta montagna; oppure, se proprio la località è di mare, chi te lo fa fare di correre ad oltre trenta gradi in qualche pineta quando a due passi c’è una comodissima spiaggia in cui riposare.

L’Italia non avrà il nome dei grandi appuntamenti nordici, quasi arroganti con le loro startlist di altissimo livello e i terreni ipertecnici, ma sa offrire paesaggi e borghi che ammutoliscono a prescindere gli stranieri; senza contare, naturalmente, che anche l’umile ristoro offerto dagli Alpini è in grado di dare parecchi punti ai maldestri tentativi culinari d’oltralpe.

Quasi ogni regione è in grado di ben figurare in questi appuntamenti, ma c’è una valle che sa offrire il giusto mix tra paesaggi mozzafiato, mappe perfette dal punto di vista tecnico e un’accoglienza da prima classe. Primiero è forse l’unico posto d’Italia in cui l’intera popolazione non reagisca alla parola orienteering con volti dubbiosi o, tra i meglio informati, con associazioni alla caccia al tesoro. Viene anche da dubitare di essere in montagna, visto che l’accoglienza gentile degli abitanti non coincide per nulla con il classico montanaro burbero e sospettoso. Anni e anni di attività ad alto livello hanno poi forgiato un’organizzazione rodata, cortese ed efficiente e lasciato in dote mappe di tutti i tipi in grado di accontentare i più difficili.

Ma la cinta di monti, le verdi vallate che degradano verso il fondovalle ammantate di pini e spiazzi erbosi, i laghetti incantati in cui si riflettono le maestose pareti dolomitiche, danno l’impressione di correre in paradiso. Qui ogni mappa ha la sua personalità e non può deludere. San Martino di Castrozza è il romanzo classico, perfetto nella sintassi dei punti e ordinato nella costruzione delle tratte; ogni difficoltà è al suo posto e, per quanto non ci siano particolari colpi di scena, disanima i maggiori problemi orientistici con l’abilità dei grandi. La Val Venegia è il romanzo d’amore, perché solo questo sentimento può sgorgare in una vallata solcata da un torrente d’argento e incastonata tra montagne di indicibile bellezza; il terreno pare soffice come braccia d’amante e le curve del terreno ammaliano come un sorriso innamorato. Non che sia facile, ovviamente: non tutte le storie d’amore hanno un lieto fine; a volte un avvallamento tradisce, la gelosia sorge spontanea quando uno scandinavo pare volare nelle paludi che gli ricordano casa e in cui tu arranchi incerto; ma non di meno è impossibile uscirne indifferenti. Passo Valles è altissima poesia nel suo apparente spoglio paesaggio d’alta quota. Cantano le montagne, intorno, degli eroi dal multiforme ingegno che non vagarono affatto tra le spolverate di massi e i pendii ripidi, e molta fatica patirono per riportare la vittoria in questa arena creata per gli dei. Incombono, più in basso, le selve selvagge e aspre, tanto ripide e piene di massi infidi tanto che sorge spontanea la paura. La Val Canali è il dramma finale, coi suoi pendii ripidi come rasoi e dai dislivelli inflessibili che piegano le gambe degli orientisti stanchi dopo quattro giorni di fatiche. Si soffre andando in partenza, mentre il sentiero, si drizza sempre di più; si soffre quando si guarda verso il basso pregando che i chiodi tengano su quelle pendenze, si soffre tra i pietroni della parte finale che complicano tutto quando la mente non più lucida chiede soltanto pietà.

Eppure, sono pronto a scommetterci, anche se è uscito dalla cinque giorni a pezzi, anche se tra i mille sassi del Valles non ci ha capito più niente, ogni orientista, rincasando, ha dato un malinconico addio a questa splendida valle, perfettamente soddisfatto di aver speso le sue poche ferie scegliendo di venire qua.

Alla fine della manifestazione arriva un solo podio per i colori bianco-rosso-blu: il terzo posto di Silvia in W12. Ma vista la nutrita presenza di agguerriti stranieri non si poteva davvero fare di più. In tutte le categorie i presenti hanno lottato su erte ostili e dipanato le tratte più insidiose. Tra gli alberi abbattuti di San Martino, le pietraie del Valles fino alle rampe assassine della Val Canali, i besanesi presenti hanno messo nel motore chilometri di tratte tecniche e un prezioso allenamento in quota che tornerà utile quando arriveranno i grandi appuntamenti italiani di fine stagione.

Non si può tacere, però, di due straordinari successi ottenuti in eventi collaterali alla cinque giorni che riempiono di orgoglio. Sabato 6 luglio si correva la Primiero Dolomiti Marathon, gara di 26 o 42 km in alcuni degli scenari più belli dell’intero arco alpino. Le Pale di San Martino, con le loro guglie millenarie di grazia maestosa, e il lago di Calaita, gemma azzurrina in cui le cattedrali di pietra si rinfrangono splendide, sono state le spettatrici della vittoria di Anna sulla distanza di 26 km. Vittoria è però un termine eccessivamente modesto, perché la sua corsa leggera l’ha portata ad uno straordinario trionfo, relegando la seconda avversaria ad oltre otto minuti e mettendosi alle spalle anche quasi tutti gli uomini. Passa solo un giorno e arriva un altro successo: questa volta è Irene a prendersi la O-Marathon nello splendido scenario di Passo Coe. Ancora lunghe distanze, questa volta condite anche delle difficoltà tecniche di una normale long. Ma questa particolare gara non è davvero per gli insicuri, perché presenta tratte che atterriscono per lunghezza: qui non basta saperci fare con bussola e mappe, ma anche avere una costanza fuori dal comune. Due vittorie in gare diverse, ma accomunate dalle stesse qualità richieste per vincere: la capacità di soffrire per lunghe tratte, l’abilità di non mollare quando ogni singola fibra del corpo chiede pietà, la forza di volontà di andare avanti nelle difficoltà cose che, in altre circostanze della vita, mostrano chi è grande per davvero.

Calabria: nuovo palcoscenico per gare di alto livello

(di Andrea Migliore)

Certe volte le situazioni migliori capitano quando meno te le aspetti. Ed è così che il sud Italia sorprende, una volta ancora, gli orientisti calati alla spicciolata dal nord portando nel bagaglio, oltre a bussola e sicard, una buona dose di timoroso e supponente scetticismo. Erano venuti sicuri di sogghignare di fronte ad un’organizzazione approssimativa e impreparata; incerti sull’effettivo valore di quelle gare tanto a sud; fiduciosi solo di godersi almeno una vacanza al mare. In verità non era la prima volta che si correva a queste latitudini; e le altre volte non era andata affatto male. Due anni fa si era corso in scenari come Paestum e la Reggia di Caserta, gemme tali da rendere secondaria la tracciatura della gara di fronte al loro splendore. Neppure nove mesi fa si era scoperto il labirinto barocco di Martina Franca e la sorpresa spiazzante dei semiaperti e dei muretti del Parco delle Querce. Ma si trattava sempre di qualcosa di noto: ora la novità di una regione totalmente nuova come la Calabria sgomentava e insospettiva. Le sorprese sono tanto più belle quando sono inaspettate.

Orsomarso è un piccolo borgo perduto in una gola dell’interno, una valle aspra e selvaggia. È un borgo come ce ne sono migliaia in Italia, e che se fosse in mani francesi o scandinave, abituate a molto meno, verrebbe venduto come se fosse Firenze o Roma. Si arrampica lungo il crinale, mettendo qualche apprensione per il dislivello, e ha una sua bellezza suggestiva per quanto in parecchi punti sia diroccato o, almeno, trascurato. Tuttavia non sembra nulla di che, tanto che gli orientisti si preparano sereni sotto gli sguardi dei vecchi del paese, che non riescono a decifrare esattamente chi siano quei figuri che si aggirano in calzoncini sotto casa loro. Ma quando lo start smette di bippare e si prende in mano la mappa, il cuore di tutti si ferma un attimo. Che cos’è quell’intrico di vie, anzi di vicoletti, che a malapena si legge. Che abbiano dato una mappa al diecimila? No, i punti arrivano subito … per quanto gli spazi tra gli edifici si vedano appena, per quanto sia praticamente impossibile leggere la mappa correndo al massimo della velocità … no, non è uno scherzo, ma semplicemente una durissima prova. E così si va avanti, appigliandosi frenetici alla mappa, cercando con disperata foga i pochi punti di appoggio, sia anche solo una fontana o un muro non attraversabile. Passo dopo passo subentra l’ansia di smarrire la via e perdersi in quella matassa di vicoli; aumenta la vergogna di fermarsi dopo il punto per guardare quello successivo, cosa che si fa talvolta in bosco, che si faceva da esordienti. Ma poi vedi i forti élite esitare, curvi anche loro sulle mappe, dubbiosi, incerti e capisci che oggi è semplicemente difficile per tutti. A questo si aggiungono le scalinate. Sono le assolute padrone del borgo, tanto che spuntano ovunque: larghe, strette, ripide, morbide. Ma una caratteristica le accomuna tutte: gradino dopo gradino spezzano il fiato, tolgono lucidità, rallentano le gambe che vorrebbero correre per recuperare il tempo perduto ai punti mentre le attende soltanto un’altra rampa su cui soffrire. Le prossime sprint dovranno impegnarsi molto per uguagliare il livello raggiunto da questo.

Piani di Novacco, invece, è un piccolo altopiano perso nell’entroterra più selvaggio. Attorno chilometri e chilometri di nulla: al massimo strade strette e capanne diroccate di pastori. Gli orientisti giunti dal nord si attendevano probabilmente un’aspra terra brulla e assolata: le loro aspettative sono state completamente stravolte. Forse qualche magia ha strappato una faggeta delle Alpi portandola tanto a sud. Il sottobosco è tanto liscio e inesistente che pare un prato all’inglese; qua e là sono mappate piccole macchie di verde uno, ma probabilmente sono lì per far vedere che non si tratta di un allenamento solo curve di livello. Addirittura quando si entra in quel bosco delle meraviglie si abbandona il caldo torrido e si viene investiti da una piacevole frescura. Parrebbe una copia spudorata del Cansiglio, ma il bosco calabrese ha una sua fiera dignità e mostra una personalità differente: così al bosco bianco si alternano i prati che offrono sempre un aiuto prezioso nel nulla di questo candore. Ne viene fuori una gara di rara bellezza, tosta senza essere cattiva o troppo facile, brava ad alternare scelte di percorso a zone di orientamento fine. La strada che serpeggia ad est richiama il più antico assillo dell’orientista: se sia più nobile andare lungo la linea e soffrire il dislivello e le incertezze della lettura o prendere la via semplice e, facendo più strada, non rischiare di sbagliare. Qualcuno va fuori giri, altri sono più bravi, ma sorprende quanto sia pulito questo bosco: né un rovo, né cunette infide, appena un po’ di erba alta in qualche prato. Anche le regioni più dimenticate sanno offrire un grande orienteering.

Weekend prezioso per gli atleti besanesi che riportano la loro formazione in testa alla classifica di società, in quello che sino alla fine sarà un appassionante sfida a tre. A tirare la volata ci pensano soprattutto Gianluca, Silvia e Annamaria che, tanto per non scontentare nessuna delle due gare, si impongono in entrambe le giornate. Ma non si contano i piazzamenti nelle altre categorie, tanto che i bianco-rosso-blu guidano anche la classifica veterani, sono secondi in quella assoluti e appena a ridosso del podio tra i giovani. Nonostante si corresse lontano da casa, la folta partecipazione mette molto fieno in cascina e permette di andare ai prossimi appuntamenti senza l’assillo di dover inseguire.

Orienteering eroico sotto il diluvio alla Vigolana

(di Andrea Migliore)

Ormai è certo: quest’anno gli dei dell’orienteering sono infuriati con i cultori di questo meraviglioso sport. Ai tempi antichi sarebbe bastato immolare vittime su altari o edificare chiese di marmo e oro; oggi non si può più e si deve patire sotto il nubifragio. Perché, ancora una volta, è la pioggia il tema dominante del weekend di Coppa Italia. Cambia di tono rispetto alla due giorni marchigiana, deponendo l’inusuale cattiveria della grandinata, ma acquista quella continuità tale da non risparmiare nessuno.

Immaginiamo ora che cosa avrebbe potuto immaginare un osservatore esterno che si fosse trovato sotto la tettoia del Palavento, ritrovo della due giorni di Coppa Italia a Vigolo Vattaro. Tutto intorno martella una pioggia incessante che non conosce tregua, infradicia i prati che diventano presto un pantano, i sentieri che sono resi fango, mentre le fronde s’imbevono di acqua pronte a scaricare sul primo che le sfiora. Sotto la tettoia ci si prepara; chi si spoglia per mettersi la veste da gara, incurante del freddo umido di questa località di mezza montagna, chi si infila ghette e calzettoni brontolando contro la pioggia. Fin qui il nostro osservatore sarà stato un po’ spaesato, ma non troppo: del resto la maggior parte dei concorrenti restano intabarrati in giacche e vento e mantelline, si radunano a gruppi guardando incerti i neri nuvoloni che opprimono l’altopiano della Vigolana. Non saranno così pazzi da uscire, avrà pensato, non ora che piove; annulleranno tutto, si sarà detto, come fanno in tutti gli sport normali. Ma poi avrà iniziato a vedere qualche élite girare attorno alla struttura riscaldandosi tra l’acqua in terra delle pozzanghere e quella in cielo della pioggia. Forse quelli forti partiranno, avrà immaginato, è il loro mestiere; ma quelli normali … i vecchi … i ragazzi … Poi avrà scorto i concorrenti delle prime categorie togliersi i vestiti inutili. Ragazzini e anziani, giovani talenti e comparse. Qualcuno si concede una veste termica, tutti comunque non vanno oltre una maglietta a maniche corte e quei buffi pantaloni larghi e traspiranti che non riparano affatto dal freddo. Li avrà visti prendere bussola e sicard, fare un lungo respiro e uscire fuori alle intemperie, lordandosi immediatamente le scarpe nel fango e bagnandosi come pulcini infreddoliti nel giro di un minuto. Ora il nostro osservatore non si sarà raccapezzato più: inesorabilmente, uno dopo l’altro, gli orientisti si alzano, si sfilano giacche e mantelle, ed escono corricchiando sotto la pioggia con la ferma intenzione di restarci un’ora almeno, se non più. In un crescendo di sconcerto, avrà visto levarsi e andare ragazzini imberbi alle prime gare sotto il nubifragio, agguerriti supermaster che invece ne hanno già visti un bel po’, atletici élite che si scaldano al passo con cui gli altri corrono abitualmente, posati signori che in settimana indossano eleganti completi o camici da scienziato, al calduccio nei loro uffici, e ora escono in maniche corte e buffi calzettoni sotto il diluvio. Se li avrà sentiti parlare prima avrà sentito discorsi logici e intelligenza, pertanto ora gli sarà completamente oscura la ragione di una simile follia, per quanto possa esserci talvolta nel metodo della pazzia. Ma una cosa è certa: pioggia o no nessuno si tira indietro e tutti, campioni o comparse, escono nel fango ad affrontare il proprio destino.

Perché non è una passeggiata quella che aspetta tra le intemperie. La montagna declina verso l’altopiano non offrendo esattamente un versante dalle pendenze dolci. Il bosco è decisamente più generoso di quello di Carpegna nell’offrire particolari, anzi non ha neppure la generosità infingarda di quelle selve che spargono massi ovunque rendendo la tratta oltremodo complicata. Ma non significa affatto che sia facile venirne fuori. Il versante è solcato da profondi avvallamenti, dai fianchi ripidi come rasoi e imbevuti ora di acqua; la corsa in costa, già resa disagevole dalla pendenza, è una continua sfida a restare in piedi: a tratti infide radici sono come sapone sotto i tacchetti, per il resto già impegnati ad arpionare, canaletta dopo canaletta, il fondo fangoso in discese azzardate e faticose risalite. Poi la tratta obbliga ad una risalita che taglia le gambe metro dopo metro e azzanna le risorse intellettuali già al lumicino dopo le fatiche di giornata. I sentieri stessi sono incassati come trincee, tanto che li vedi davvero all’ultimo e ti costa non poca fatica scendere da loro e risalire. I tacchetti sono chiamati agli straordinari, tanto che su alcune rampe, dove il fango e le foglie bagnate e le radici infide pullulano come zanzare nelle risaie, si tirano indietro come a dire: “Ora basta, non esageriamo”. E così vedi concorrenti ruzzolare, altri lasciarsi andare lungo qualche canaletta senza più la forza di tentare almeno di restare in piedi.

Insomma durante la giornata ne capitano di tante e di tali, che gli atleti rientrano alla base fradici di pioggia, senza dubbio, ma anche infangati da testa a piedi. Le scarpe dopo pochi minuti si sono già imbevute di acqua, tanto che i piedi quasi non li senti più. E immaginiamo lo sconcerto ora del nostro osservatore: vede gli sventurati tornare sotto la tettoia bagnati e infreddoliti, eppure strane emozioni campeggiano sui loro volti. Emozioni che non si sarebbe aspettato. Troneggia su alcuni un sorriso sorprendente per uno che è stato ore sotto la pioggia, per altri domina una certa rabbia delusa: ma non è per l’ennesima corsa sotto il diluvio della stagione, né per il freddo o le scarpe infangate all’inverosimile. È solo per gli errori compiuti, una scelta di percorso sciocca o un giro per funghi attorno ad una lanterna particolarmente ritrosa di farsi trovare. Ecco il nostro osservatore sarà completamente sconvolto. Perché quei pazzi, ormai li definisce tali, non corrono subito agli abiti asciutti o al the caldo. Nossignore, si mettono ordinatamente in fila per scaricare in viso l’ansia di sapere se la loro gara è regolare o no, si fermano a controllare la posizione, indugiano presso i monitor a scrutare la classifica, si uniscono in capannelli a scambiarsi le prime impressioni. Tutto mentre le scarpe sono ancora lorde di fango e i calzini zuppi di acqua e le divise di società fradice e sporche. Dei pazzi, concluderà il nostro osservatore; coraggiosi, ma sempre dei pazzi.

Weekend un po’ amaro per gli atleti besanesi nel weekend, con diversi piazzamenti sotto il potenziale. Ovviamente non tutti seguono questo sconsolante canovaccio: è il caso di Marco Anselmo in M16 e Anna in W50, che siglano una splendida doppietta, blindando il gradino più alto del podio in entrambe le gare. Altre vittorie arrivano da Silvia in W12 e da Luca e Giulio che si spartiscono le vittorie in MB. Per il resto arriva qualche podio tra i master, un po’ di piazzamenti e qualche ritiro di troppo. E gli avversari non sono stati certamente a guardare, tanto che i bianco-rosso-blu devono abdicare in quasi tutte le categorie della classifica generale. Resistono al primo posto soltanto i veterani, mentre i giovani scivolano addirittura al terzo posto e gli assoluti si devono accontentare della piazza d’onore. La pioggia della Vigolana ha ingolfato un po’ il motore dei besanesi, ma la stagione è ancora lunga e, dopo la tempesta, ritorna sempre il sole.

Campionesse e campioni italiani tra le intemperie

(di Andrea Migliore)

Ci sono giornate in cui ogni concorrente, che si copra di gloria o arrivi ultimo, deve essere fiero di sé stesso. È una frase logora e abusata, viene da dire, la solita noiosa e trita retorica, ma poi vivi giornate come i campionati italiani staffetta nel Parco dei Sassi Simone e Simoncello e ti accorgi che, ogni tanto, può anche essere la verità.

Se vissuto sotto il sole, il weekend dei campionati middle e staffetta sarebbe stato il regno dell’azimut e della velocità. L’ampia cerreta, leggermente declinante verso l’austera base militare della Folgore, mostra il volto dei grandi giocatori di poker. Il terreno è liscio, il bosco apparentemente dimesso tanto che a vederlo da lontano lo diresti cosa da poco: ampi spazi bianchi e curve ben distanti tra loro a promettere fatiche non eccessive. Poi ci capiti di fronte e inizi a dubitare. La foresta, spogliata delle foglie da una primavera in ritardo, sotto un cielo plumbeo e carico di pioggia, ti fissa spettrale coi suoi cento e cento alberi spogli e di colore cupo. Ci entri facendoti coraggio, ricordando degli ampi spazi bianchi che hai sbirciato su qualche vecchia mappa, rassicurato nel vedere il sottobosco basso e la visibilità ottima. Ma è solo efficace dissimulazione. Preso il via, ti trovi a correre fiducioso, leggero, sulla dolce pendenza. Ed è lì che te ne accorgi. D’un tratto ti ritrovi in un tratto in accennata discesa; vedi lontano, è vero, ma non scorgi altri che alberi e quella pendenza, sempre uguale. Attorno a te ci sono cento canalette, di cui forse una mappata. Non ci sono massi, sentieri, carbonaie. Non ti viene fatta neppure la carità di un piccolo avvallamento. Ti affanni a voltarti in ogni direzione cercando il luccichio arancione della lanterna o, perlomeno, un particolare, anche minimo, che ti aiuti. Ed è allora che capisci che sarà molto dura.

Si procede imbracciando la bussola con il fervore che l’uomo pio pone nelle reliquie; ti voti totalmente ad essa. Le piccole oscillazioni di quell’ago strappano gemiti di terrore. Corri veloce, questo sì, ma nel petto si agita una paura senza nome. Metri e metri di bosco tutto uguale scorrono dietro di te, elabori mille congetture sperando che il masso o la leggera rientranza sia davvero quella segnata in mappa. Alle volte è quasi un tiro ai dadi: avanzi fidando in ogni stilla della tecnica che hai appreso e speri che la tua corsa ti porti preciso al punto. E quando questo compare, al termine di una tratta lunga, vorresti quasi inginocchiarti e levare una preghiera. Hai avuto fede ma hai anche dubitato mentre correvi, hai avuto il libero arbitrio di sbagliare ma hai sperato in ogni passo nella provvidenza degli dei della bussola. In giornate come questa l’orienteering si fa religione.

Se c’è una cosa che gli ultimi anni hanno insegnato, è che non bisogna mai pianificare attività all’aperto il giorno dei campionati italiani staffetta: perché per il terzo anno di fila si corre in una giornata da tregenda. Quest’anno poi il maltempo ha voluto superarsi. Non bastava la pioggia o il vento o il freddo: a tratti picchia cattiva anche la grandine. Il cielo che aveva illuso un poco nelle prime ore della mattinata, di colpo diventa nero come la pece e scarica pioggia a profusione, a momenti con forza indicibile. I primi frazionisti vengono assaliti dagli scrosci e dalla grandine mentre sono nel bosco e, di colpo, la loro prova diventa durissima. Chi attende al cambio viene sorpreso mentre si sta scaldando, magari già in maglietta, e il freddo inizia a penetrare nelle ossa. In un amen il prato del ritrovo diviene un pantano e rende difficile a tutti l’attesa o il recupero dopo quaranta-sessanti minuti sotto il diluvio in gara.

In bosco intanto è il caos. Passi per il diluvio e la grandine che sferzano i concorrenti, ma la geografia stessa del luogo è sconvolta: le canalette sono promosse seduta stante a ruscelli mentre quelli che già erano corsi d’acqua, insignificanti il giorno prima, diventano di colpo fiumi in piena. L’acqua scorre impetuosa, grigia come il cielo che sopra le teste non cessa il suo sadico gioco; i guadi sono spariti ormai, sostituiti da avventurose traversate dove, di tanto in tanto, bisogna lottare contro la forza della corrente e il rischio di scivolare. Ovviamente la mappa non si può aggiornare e il bosco, già di per sé sornione, si diverte ora ad irridere i concorrenti obbligandoli ad indovinare quali fiumi fossero tali e quali fossero semplici canalette. Si procede lo stesso: acqua che piove dall’altro, acqua che infradicia del basso. La temperatura è di colpo calata e punisce chi, troppo baldanzosamente, è partito con appena una maglietta. Ma non che giacconi o impermeabili aiutino troppo chi attende il cambio al ritrovo. La pioggia non cala d’intensità e in un attimo tutti si ritrovano inzuppati e infreddoliti.

Eppure quasi nessuno si tira indietro. Sotto le tende è un crescendo di imprecazioni e lamenti, ma quando il cambio chiama ognuno risponde presente. Ci si fa avanti, sfilandosi quei vestiti che sono stata sinora vana protezione, ma che in corsa sono soltanto impiccio, ci si espone alle intemperie, si prende la mappa e si va. La pioggia ha il vantaggio di essere democratica: sferza il più forte élite, come l’ultimo esordiente, ma in questo giorno il coraggio mostra di essere disgiunto dal talento. In tanti, dopo aver coraggiosamente lottato, alzano bandiera bianca, mentre altri, in genere comparse, si ergono fieramente fino all’ultimo punto. Mette una certa curiosità osservare i mille volti dell’orienteering non sottrarsi alla sfida: non si tirano indietro i ragazzi, non cedono i master anche delle categorie che non avrebbero più nulla da dimostrare, lottano gli élite che siano in lizza per il podio o per la semplice sopravvivenza. Molti di loro pagheranno a carissimo prezzo tanto coraggio, visto che lo sforzo fisico profuso chiederà dazio nei giorni dopo, ma nel complesso è una di quelle giornate folli e assurde in cui si è fieri di essere orientisti.

È un weekend di grandi emozioni per i colori bianco-rosso-blu, nel bene e nel male. Resterà a lungo nella memoria dei bei ricordi lo sprint finale di Anna, che la porta a laurearsi campionessa italiana middle in WE. Ad accompagnarla nella picchiata verso il traguardo, Eleonora, quarta dopo una gara macchiata da qualche imprecisione nella parte centrale. Indubbiamente la grinta della comasca, desiderosa di non farsi passare nel finale, è stato il migliore sostegno per Anna nella parte finale da spingere da tutta, ma è stato quasi inutile in quanto la neo-campionessa ha semplicemente giganteggiato, volando punto dopo punto e demolendo le rivali con distacchi pesanti.

Ma i campionati italiani middle sono stati forieri di altri successi per la compagine brianzola. Intanto notevoli i podi di Matteo, secondo in M18, e Angelo, terzo in M20; il primo capace di lottare per il successo quasi fino alla fine, il secondo autore di una gara in rimonta dopo un inizio difficile. A podio tra i master, anche Simone, secondo in M40 e Stefano e Gianluca, terzi in M50 e M55. Ma per Simone l’argento vale però come titolo italiano, visto che davanti a lui c’è soltanto un atleta svizzero, nonché e l’onore di essere il primo degli umani considerati i distacchi d’altri tempi inflitti dal vincitore. Tre piazze d’onore anche tra le ragazze, con i secondi posti di Silvia in W12, di Cristina in W55 e di Annamaria in W60. E sono sempre le ragazze a piazzare l’altra vittoria bianco-rosso-blu di giornata, grazie a Laura che in WB non lascia alle avversarie neppure le briciole imponendosi in tutti gli intertempi.

Nella giornata da tregenda vissuta durante la staffetta tutti gli occhi erano puntati sul tridente d’attacco in WE, accreditato tra i favoriti dopo la prova di assoluto spessore del giorno prima. Per come sono andate le cose l’amarezza prevale, ma niente potrà far dimenticare la grinta di Eleonora che pronti via prende la testa della corsa, ammutolendo le rivali, per non lasciarla più; né il coraggio di Anna che lotta per cinquanta-sessanta minuti contro la pioggia e la grandine, le avversarie che rientrano e il freddo che la sfinisce ma non la induce a mollare sino all’ultimo metro; né il cuore di Irene che si lancia ad una disperata rimonta contro il fior fiore dell’orienteering italiano. Purtroppo l’orienteering è uno sport meraviglioso, ma subdolo, per cui basta un piccolo errore a privarti di tre ore di generosissimi sforzi. Il PE delle ragazze della WE viene in parte riscattato dal carattere dei maschi in ME che portano tre staffette nei 20, lottando su ogni fradicio centimetro di bosco. Da notare il settimo posto di assoluto spessore della staffetta composta da Cesare, Angelo e Matteo che si ferma davvero ad un passo dalla migliore aristocrazia dell’orienteering italiano. E poi spunta il podio che non ti aspetti: se le WE hanno compiuto un inaspettato passo falso, brillano invece le loro eredi in W20: Gemma, Angelica e Bianca portano a casa un terzo posto tanto bello perché inatteso e meritano solo applausi.

Ci pensano i master over 55, invece, a portare le vittorie. Tra i maschi esultano Alessandro, Angelo e Gianluca, mentre al femminile vincono Cristina, Annamaria ed Anna. Entrambi i terzetti si impongono con una prova molto simile: si regge in prima frazione tenendo i rivali a tiro, per poi scatenarsi nelle successive e prendere il comando per non lasciarlo. A podio va anche la M35 con Giuseppe, Simone e Stefano, autori di una grande rimonta in una categoria davvero combattuta.

Complimenti ad Alessandro Manzoni, Angelo Bozzola e Gianluca Di Stefano per aver conquistato il titolo italiano in categoria M55.
Complimenti ad Anna Sedran, Cristina Turolla e Annamaria Riva per aver conquistato il titolo italiano in categoria W55.
La squadra al completo

Dalle scalette al fango: l’orienteering sugli Appennini

(di Andrea Migliore)

Si sale di livello nel secondo weekend di gare nazionali. L’ Appennino bolognese attorno a Roncobilaccio, noto sinora ai più per gli incolonnamenti stradali della domenica sera, regala prove di caratura tecnica ben maggiore rispetto alla due giorni mantovana. Certo, le quinte teatrali sono di pregio assolutamente inferiore, mancando gli splendori artistici di Mantova, ma non sono le scenografie a fare i successi teatrali, piuttosto la sceneggiatura e la bravura degli attori.
Tuttavia rimane un po’ di amarezza quando il sabato si arriva nell’arena. Il piccolo velodromo è una copia pallida dello stadio di atletica del Bosco Virgiliano; Castiglione dei Pepoli è un paesotto arroccato su un versante degli Appennini, vecchio senza essere antico. Ma quando, in partenza, si afferra la carta e si cerca con concitata foga il triangolo, ecco che compare la prima rampa, la prima scaletta, e si capisce subito che quel giorno sarà molto dura. L’occhio, ancora abituato alle vie larghe di Mantova o alla navigazione a vista del Bosco Virgiliano, è subito a disagio di fronte ai vicoli stretti e alle contorte scalette che promettono dure mazzate per le gambe, gradino dopo gradino. Il fiato è presto mozzato dalla successione di rampe ripide e perigliose discese, mentre la mente deve rapidamente settarsi sul problema di distinguere i piccoli passaggi tra le case. I muretti non attraversabili compaiono ovunque, occhieggiando beffardi contro il cervello dei concorrenti messo in affanno dalla necessità di correre veloce. Come se fosse facile scegliere le cose giuste quando la lucidità viene erosa metro dopo metro da decine di scalette, la lettura è resa difficoltosa dalle discese ripide e la concentrazione cala al crescere della fatica.
Il tracciatore ha posato una rete a strascico per le vie di Castiglione, una maglia fitta di tranelli che si susseguono tratta dopo tratta. Molti pesci piccoli cadono, vittime predestinate. E quando ti trovi chiuso in un cortile senza sbocchi con qualche élite, uno di quelli che contano, capisci che anche per i pesci più grossi oggi è dura. Vi guardate un attimo attorno, cercando ansiosi una lanterna che è forse un livello più in alto, e nei vostri occhi per un attimo brilla la stessa frustrazione, anche se vi dividono abissi di talento.
E non si può mollare sino alla fine, perché anche quando le scale e i muretti sono finiti, ci ha pensato la pioggia dei giorni prima a rendere insidiosi gli ultimi metri, sotto forma di un prato fangoso che ostacola le gambe che vorrebbero solo spingere per arrivare il più facilmente possibile al traguardo.
Ancora fango la domenica, ma molto meno del previsto; i grigi nuvoloni fanno la voce grossa tutto il giorno, incombendo sugli infreddoliti concorrenti sorpresi da questo ritorno d’inverno, ma senza scatenare mai l’inferno di una fitta pioggia. Per il resto anche quelli che hanno sbagliato di più non possono lamentarsi troppo: perché una giornata di grande orienteering è offerta da un tracciatore ispirato, oltre che da un bosco di quelli che sogni quando sputi sangue tra certe mappe di rovi o massi. È il bianco il colore dominante; ma un bianco vero, non il finto verde che altre mappe hanno offerto in passato. Si corre (e già questo verbo dice tutto) su e giù da profondi avvallamenti e collinoni ampi con la frenesia che una tracciatura, basata su tratte brevi e continui cambi di direzione, offre. Esistono selve (boschi è un termine troppo gentile per loro) che puniscono i concorrenti meno bravi con inusitata cattiveria, confondendoli e irridendoli tra distese informi e ingarbugliate di particolari; il bosco della Valserena non è di questa razza: è un professore onesto che rifila voti bassi a chi ha studiato, ma non ostacola nessuno con tranelli infidi. Se gli élite più forti danzano sicuri nel candore di questo bosco gentile, per gli altri è una giornata in cui si è messi alla prova, ma da cui si esce in ogni modo con un sorriso: vuoi per chi si è destreggiato nel modo migliore, vuoi per chi ha potuto godere almeno di una gara come ci si augura siano tutte.
Weekend dai due volti per la compagine bianco-rosso-blu che consolida il primato nella classifica generale di società, e addirittura guadagna la leadership tra gli assoluti, ma perde il comando tra i giovani e i veterani, tradizionali bacini di punti per la squadra brianzola.
Giornata sugli scudi per i besanesi durante la sprint del sabato con ben 5 vittorie e altrettanti podi, tra cui spiccano la doppietta di Gianluca e Angelo, primo e secondo in M55, e il bel bronzo di Eleonora in WE. Ancora una volta la formazione brianzola si conferma a trazione rosa, visto che sono le ragazze ad incamerare ben quattro vittorie, sparpagliate tra la W12 e la W70, passando per la W50 e la W60. Situazione ancora più netta guardando la sola categoria élite, dove il tridente d’attacco Eleonora-Anna-Irene si piazza tra le prime sette, mentre i maschietti mandano il solo Luigi, in rapida ripresa dall’infortunio di inizio anno, in top 20.
La componente maschile ha l’occasione per riscattarsi la domenica. In una giornata per il resto piuttosto grigia, l’unica vittoria la firma Matteo in MA; e anche a computo podi finisce tre a due per i maschi, grazie ai bronzi di Marco Anselmo in M16 e di Angelo in M55 a cui le ragazze rispondono con gli argenti di Silvia in W12 e Anna in W50. Per il resto arrivano diverse medaglie di legno e piazzamenti vari che consentono ad altre formazioni il sorpasso nelle classifiche veterani e giovani. Ma non c’è quasi categoria dove i bianco-rosso-blu non abbiano lottato per le posizioni di testa e la classifica generale è lì per dimostrarlo. Un ottimo viatico per i campionati a staffetta, dove non si vince con le individualità ma soltanto con un collettivo di valore.

Podio M16 e W16 della gara Sprint, con il secondo posto di Valentina Cazzaniga e il terzo di Marco Anselmo Di Stefano.

E 4!

Sono ormai passate alcune settimane dall’ultima Coppa Italia di Mantova e dalla premiazione della Besanese come Società campione d’Italia .1^ nella classifica Generale, 1^ nella categoria Assoluti, 1^ tra i Veterani e 2^ nella speciale classifica Giovani. Proprio nel trentennale della nascita della sezione Orienteering la Polisportiva Besanese raggiunge il miglior risultato di sempre. 

Una Società, la nostra , sempre presente alle gare nazionali con 40/50 atleti di tutte le categorie. E’ proprio qui sta la forza della Besanese.  La capacità di rappresentare con i propri atleti tutto lo spettro agonistico. Siamo al 4° titolo nazionale consecutivo : 2015-2016-2017-2018. Difficile è vincere, ma ancora più difficile è confermarsi. Per chi come noi vive in ambiente altamente antropizzato, dove la parola “bosco” ha un significato altamente riduttivo, è motivo d’orgoglio essere ancora al top. Gli ingredienti di questo successo vanno ricercati nella caparbietà e nella regolarità con cui gli atleti più forti si allenano settimanalmente, sta nel vivaio che cresce anno dopo anno , grazie al lavoro portato avanti con professionalità e convinzione dalla nostra allenatrice, sta nella capacità di organizzare il gruppo, sta nell’attaccamento dei singoli ai colori besanesi. E’ proprio la parola “gruppo” l’ingrediente più forte del nostro successo.  Autocelebrarsi è sempre poco gradevole, ma per questa volta, siate comprensivi : ora avete capito il perché.

Mantova: sprint veloci tra i capolavori rinascimentali

(di Andrea Migliore)

L’orienteering sarà anche uno sport di nicchia, ma ogni tanto riesce a prendersi dei traguardi da primo della classe. Piazza Sordello a Mantova ha tutte le prerogative per donare un quarto di nobiltà alla prima gara stagionale di Coppa Italia. Fa da spettatore all’arrivo la mole massiccia del Palazzo Ducale, severa testimonianza di un periodo in cui la penisola italiana seppe lavare i puerili dissidi e le divisioni insensate, ergendosi a suprema guida dell’arte. In realtà i capolavori di una delle tante culle del Rinascimento avevano già accompagnato gli atleti tratta dopo tratta. Praticamente dai primi punti si corre in mezzo ai capolavori architettonici. Prima la Basilica di Sant’Andrea, poi la Rotonda di San Lorenzo, quindi il Duomo e ovviamente il Palazzo Ducale. Ogni concorrente, dall’impacciato esordiente all’élite fuoriclasse può dire, a buon diritto, che dall’alto di quei palazzi cinque secoli di storia lo hanno guardato correre. Forse la concitazione di una sprint non è il modo migliore per ammirare i tesori culturali di una città, ma punto dopo punto è quasi impossibile non gettare uno sguardo commosso alla bellezza che è tutta attorno.

Si parte presso le mura e il Mincio che scorre placido, mentre i mantovani passeggiano tranquilli lungo le rive del fiume in questa bella giornata che profuma già d’estate. Il luogo della partenza è un grigio parcheggio battuto dal sole, sito presso un’apertura delle mura così stretta da negare ogni visuale ai concorrenti, come se non si volesse concedere nessun suggerimento. È uno scenario questo che viene sconvolto subito dopo la partenza. Perché la parola d’ordine della giornata è velocità: in assenza di tecnicità particolari e qualsivoglia dislivello, questo resta. Presa la carta e trovato il triangolo con sguardo concitato, non ci si ferma più. I concorrenti fendono le strade del centro cittadino come saette perché in prove come questo non va lasciato neppure un secondo per strada, visto che la tecnica può davvero molto poco, almeno tra i più forti. Punto dopo punto si corre al massimo, facendosi largo tra la folla, avvolti però da quinte di altissimo pregio.

Va anche detto che, talvolta, la scenografia serve a nascondere la pochezza della trama, come quei film fragili che poggiano totalmente sugli effetti speciali o sulla fotografia. Perché dal punto di vista tecnico la sprint cittadina non può essere definita memorabile. Va detto che i momenti di massima gloria di Mantova non hanno coinciso con architetti particolarmente sensibili alle esigenze dell’orienteering. La pianta da città romana con quelle vie larghe e dritte è la mortificazione della gara tecnica; e ovviamente l’impianto rinascimentale non ha aiutato a causa di quelle idee di prospettiva e disegno classico che vanno bene al massimo per la categoria esordienti. Ma anche senza la matassa di vicoli medioevali si può tirare fuori una prova di tutto rispetto. Invece questa volta ci si deve accontentare di una prova in tono minore: molti tratti di trasferimento, poche le scelte e quasi mai decisive; si poggia tutto sulla difficoltà di leggere alla massima velocità, ma non può essere sufficiente. Certo che le premiazioni lungo il Mincio, con le torri e le cupole della città sullo sfondo, regalano un momento di emozione che addolcisce il rammarico per una prova un po’ scialba.

Filosofia che non cambia molto nella prova del sabato, valida per lo Sprint Race Tour. Si corre appena a sud dell’altra gemma di Mantova: Palazzo Te. I parchi cittadini non possono offrire in genere tracciati di tecnicità estrema, soprattutto in presenza di un tracciato regolare di sentieri e alberi sparsi e poche siepi o altri ostacoli naturali. Risulta una prova velocissima, con punti ravvicinati che obbligano ad una lettura rapida e precisa. Pare di correre continuamente su ponti strettissimi sopra il vuoto, perché basta una deviazione anche piccola, la distrazione di un attimo e si perdono quei secondi che pesano come macigni nel computo finale. Tutto molto bello ma, per chi ha ancora negli occhi il labirinto di Martina Franca, resta un po’ di delusione.

Inizio scintillante per i colori bianco-rosso-blu, con i suoi numerosi atleti che cercano di fare la voce grossa in tutte le categorie. Non sempre ci riescono, leggasi la lunga sfilza di medaglie di legno nei due giorni, soprattutto nelle categorie master, o qualche PM di troppo tra i giovani. Ma la classifica per società parla chiaro: dopo la prima giornata la Polisportiva Besanese conduce ovunque. Fa eccezione soltanto la categoria assoluti, dove si è secondi soltanto per un’incollatura.

Balza agli onori della cronaca la doppietta delle WE nella gara della domenica, con Eleonora prima dopo una prova maiuscola e Anna che conquista il bronzo praticamente sulla linea d’arrivo: è un solo secondo a separarla dalla quarta, ma il tempo è questa volta galantuomo perché era stato lo stesso distacco a negarle, amaramente, il podio il giorno prima. Ma non possono essere dimenticati i numerosi piazzamenti tra i giovani; tra tutti Bianca sul podio in W20 in entrambe le gare e Silvia che vince in W12 nel centro cittadino di Mantova. Tra i master in pratica non esiste categoria dove i bianco-rosso-blu non siano stati protagonisti; qualche volta sul gradino più alto, come Anna che non lascia molto alle rivali in W60, altre volte fermandosi subito a ridosso. Passano in sordina soltanto i maschi élite, categoria per cui l’infermeria era comunque molto piena per aspirare risultati di prestigio. Ci si aggrappa ai piazzamenti da top 15 di un bravissimo Cesare, poi si scorre fino al trentesimo posto. Ma, in ogni modo, la testa della classifica è subito acquisita con il contributo di molti. Perché non basta poggiare su due o tre fuoriclasse per vincere: sono la coesione e la compattezza la vera forza di una squadra.

La squadra al completo
Eleonora Donadini e Anna Caglio, rispettivamente prima e terza in categoria W Elite

Brianza: grande Orienteering in piccoli spazi

(di Andrea Migliore)

Ritorna il trofeo Lombardia ed è la Brianza ad ospitare il primo atto. Terra di capannoni industri e curati campi, di ville patrizie e ora anche di erti valloni. È difficile stabilire chi tra uomo e Natura abbia condizionato di più, perché i boschi hanno il carattere pratico e versatile della gente di questo luogo: dovendo adattarsi negli interstizi lasciati dalle attività umane hanno saputo sviluppare problemi orientistici in pochi metri di spazio. Le selve brianzole non hanno l’agio di quelle trentine, che hanno a disposizione versanti infiniti, né gli spazi della campagna carsiche, che può sparpagliare muretti e massi a iosa; è pertanto costretta a condensare in pochi metri ripide coste in cui andare in curva e intricati punti irti di rovi e rami fastidiosi, ma anche piccole oasi di bosco bianco dove la bussola diventa sovrana. Non si può trovare, ovviamente, l’eleganza classica di un bosco del Cansiglio, né i quadri astratti di certe selve liguri dove le forme e le curve si mischiano in un intrico difficilmente comprensibile ai meno esperti; a contatto da secoli con gente pratica, con imprenditori e commercianti, la natura brianzola si adatta a tutto, ma non si piega ad eccessive cattiverie che rovinerebbero la piazza.

Si parte dai placidi campi a nord di Canonica, ed è giusto così perché i bianco-rosso-blu hanno ancora negli occhi e nel cuore la messe di successi ottenuta pochi mesi fa in altri campi, più assolati ed aspri, culminata con un’eccezionale doppietta in WE. Ma sono davvero pochi i metri facili, poi si viene proiettati nel primo dei fatali valloni. All’apparenza l’approccio è agevole: si scende su un ampio sentiero, lisciato per le biciclette e gli escursionisti: lusso esagerato per orientisti abituati ad aprirsi la strada tra rovi e pietraie. Eppure i versanti incombono, adornati di macchie fitte e rovi e avvallamenti. Il tracciato obbliga a salire e scendere da queste erte ripide, dove la natura di questa terra precisa ha saputo condensare in pochi metri tagli in curva o nei verdi, piccole aree di rovi che tendono agguati e diritti versanti che tolgono il fiato. E ogni volta che si torna dabbasso, il sentiero, che era parso tanto semplice e facile, si prende il gusto di contorcersi, di mischiarsi con il fiume in secca, togliendo certezze alla mente affaticata dalla lotta con il sottobosco.

Un breve respiro con un trasferimento tra i campi e si ricomincia: altro vallone, altra corsa. Su e giù senza sosta appigliandosi alla bussola e ai riferimenti che qua e là appaiono. La terra brianzola prepara un terreno impegnativo, ma non mette mai una faccia troppo cattiva che non si addice al suo animo pratico. Non siamo nelle montagne sospettose, dove il bosco partecipa a modo suo nello scoraggiare il forestiero. Ma poca cattiveria non significa banalità: è pur sempre un bosco serio e di qualità. Così il tratto finale non molla affatto in difficoltà tecniche, tanto che l’arrivo è una rampa in salita che pone l’ultimo discrimine tra chi è uscito a testa alta e chi è giunto con le gambe in croce.

Buoni risultati per la squadra di casa, nonostante avesse impegnato diversi elementi sul fronte organizzativo e alcune tra le migliori carte erano impegnate con la Nazionale a Piacenza. Come sempre brillano i master, con Stefano e Gianluca per cui è quasi riduttivo parlare di vittoria visto il pesante distacco rifilato agli avversari. In W55 ci deve pensare un’atleta svizzera a negare un podio tutto bianco-rosso-blu, ma si deve segnalare che il metallo più pesante è rimasto in Brianza grazie ad una prova maiuscola di Anna.

Dovendo schierare formazioni piuttosto rimaneggiate, sfuggono i risultati nelle categorie regine, dove tutti gli élite besanesi sono fuori dal podio; mentre brillano i più giovani. Due vittorie (Alessandro in M14 e Chiara in W12) e due secondi posti. Letizia si ferma a due minuti dalla vittoria in W16, mentre Marco Anselmo sfiora il successo in M18: e contando che tre anni a quest’età pesano eccome, i venti secondi di distacco davvero sono una mezza vittoria.

CORSO BASE 2019

La Polisportiva Besanese organizza un corso base di Orienteering a Besana in Brianza nei giorni 29-30-31 marzo 2019. Il corso è aperto a tutti! 

Per maggiori informazioni, consultare il volantino a questo link.