Archivi Mensili: Luglio 2019

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Primiero week: si corre in Paradiso

(di Andrea Migliore)

Estate: tempo di cinque giorni. Tempo di correre con meno assillo del risultato, tempo di farsi guardare strano dai conoscenti non orientisti che ti chiedono, con sincera preoccupazione, perché impiegare le poche settimane di ferie a sgobbare tra boschi e prati di alta montagna; oppure, se proprio la località è di mare, chi te lo fa fare di correre ad oltre trenta gradi in qualche pineta quando a due passi c’è una comodissima spiaggia in cui riposare.

L’Italia non avrà il nome dei grandi appuntamenti nordici, quasi arroganti con le loro startlist di altissimo livello e i terreni ipertecnici, ma sa offrire paesaggi e borghi che ammutoliscono a prescindere gli stranieri; senza contare, naturalmente, che anche l’umile ristoro offerto dagli Alpini è in grado di dare parecchi punti ai maldestri tentativi culinari d’oltralpe.

Quasi ogni regione è in grado di ben figurare in questi appuntamenti, ma c’è una valle che sa offrire il giusto mix tra paesaggi mozzafiato, mappe perfette dal punto di vista tecnico e un’accoglienza da prima classe. Primiero è forse l’unico posto d’Italia in cui l’intera popolazione non reagisca alla parola orienteering con volti dubbiosi o, tra i meglio informati, con associazioni alla caccia al tesoro. Viene anche da dubitare di essere in montagna, visto che l’accoglienza gentile degli abitanti non coincide per nulla con il classico montanaro burbero e sospettoso. Anni e anni di attività ad alto livello hanno poi forgiato un’organizzazione rodata, cortese ed efficiente e lasciato in dote mappe di tutti i tipi in grado di accontentare i più difficili.

Ma la cinta di monti, le verdi vallate che degradano verso il fondovalle ammantate di pini e spiazzi erbosi, i laghetti incantati in cui si riflettono le maestose pareti dolomitiche, danno l’impressione di correre in paradiso. Qui ogni mappa ha la sua personalità e non può deludere. San Martino di Castrozza è il romanzo classico, perfetto nella sintassi dei punti e ordinato nella costruzione delle tratte; ogni difficoltà è al suo posto e, per quanto non ci siano particolari colpi di scena, disanima i maggiori problemi orientistici con l’abilità dei grandi. La Val Venegia è il romanzo d’amore, perché solo questo sentimento può sgorgare in una vallata solcata da un torrente d’argento e incastonata tra montagne di indicibile bellezza; il terreno pare soffice come braccia d’amante e le curve del terreno ammaliano come un sorriso innamorato. Non che sia facile, ovviamente: non tutte le storie d’amore hanno un lieto fine; a volte un avvallamento tradisce, la gelosia sorge spontanea quando uno scandinavo pare volare nelle paludi che gli ricordano casa e in cui tu arranchi incerto; ma non di meno è impossibile uscirne indifferenti. Passo Valles è altissima poesia nel suo apparente spoglio paesaggio d’alta quota. Cantano le montagne, intorno, degli eroi dal multiforme ingegno che non vagarono affatto tra le spolverate di massi e i pendii ripidi, e molta fatica patirono per riportare la vittoria in questa arena creata per gli dei. Incombono, più in basso, le selve selvagge e aspre, tanto ripide e piene di massi infidi tanto che sorge spontanea la paura. La Val Canali è il dramma finale, coi suoi pendii ripidi come rasoi e dai dislivelli inflessibili che piegano le gambe degli orientisti stanchi dopo quattro giorni di fatiche. Si soffre andando in partenza, mentre il sentiero, si drizza sempre di più; si soffre quando si guarda verso il basso pregando che i chiodi tengano su quelle pendenze, si soffre tra i pietroni della parte finale che complicano tutto quando la mente non più lucida chiede soltanto pietà.

Eppure, sono pronto a scommetterci, anche se è uscito dalla cinque giorni a pezzi, anche se tra i mille sassi del Valles non ci ha capito più niente, ogni orientista, rincasando, ha dato un malinconico addio a questa splendida valle, perfettamente soddisfatto di aver speso le sue poche ferie scegliendo di venire qua.

Alla fine della manifestazione arriva un solo podio per i colori bianco-rosso-blu: il terzo posto di Silvia in W12. Ma vista la nutrita presenza di agguerriti stranieri non si poteva davvero fare di più. In tutte le categorie i presenti hanno lottato su erte ostili e dipanato le tratte più insidiose. Tra gli alberi abbattuti di San Martino, le pietraie del Valles fino alle rampe assassine della Val Canali, i besanesi presenti hanno messo nel motore chilometri di tratte tecniche e un prezioso allenamento in quota che tornerà utile quando arriveranno i grandi appuntamenti italiani di fine stagione.

Non si può tacere, però, di due straordinari successi ottenuti in eventi collaterali alla cinque giorni che riempiono di orgoglio. Sabato 6 luglio si correva la Primiero Dolomiti Marathon, gara di 26 o 42 km in alcuni degli scenari più belli dell’intero arco alpino. Le Pale di San Martino, con le loro guglie millenarie di grazia maestosa, e il lago di Calaita, gemma azzurrina in cui le cattedrali di pietra si rinfrangono splendide, sono state le spettatrici della vittoria di Anna sulla distanza di 26 km. Vittoria è però un termine eccessivamente modesto, perché la sua corsa leggera l’ha portata ad uno straordinario trionfo, relegando la seconda avversaria ad oltre otto minuti e mettendosi alle spalle anche quasi tutti gli uomini. Passa solo un giorno e arriva un altro successo: questa volta è Irene a prendersi la O-Marathon nello splendido scenario di Passo Coe. Ancora lunghe distanze, questa volta condite anche delle difficoltà tecniche di una normale long. Ma questa particolare gara non è davvero per gli insicuri, perché presenta tratte che atterriscono per lunghezza: qui non basta saperci fare con bussola e mappe, ma anche avere una costanza fuori dal comune. Due vittorie in gare diverse, ma accomunate dalle stesse qualità richieste per vincere: la capacità di soffrire per lunghe tratte, l’abilità di non mollare quando ogni singola fibra del corpo chiede pietà, la forza di volontà di andare avanti nelle difficoltà cose che, in altre circostanze della vita, mostrano chi è grande per davvero.

Calabria: nuovo palcoscenico per gare di alto livello

(di Andrea Migliore)

Certe volte le situazioni migliori capitano quando meno te le aspetti. Ed è così che il sud Italia sorprende, una volta ancora, gli orientisti calati alla spicciolata dal nord portando nel bagaglio, oltre a bussola e sicard, una buona dose di timoroso e supponente scetticismo. Erano venuti sicuri di sogghignare di fronte ad un’organizzazione approssimativa e impreparata; incerti sull’effettivo valore di quelle gare tanto a sud; fiduciosi solo di godersi almeno una vacanza al mare. In verità non era la prima volta che si correva a queste latitudini; e le altre volte non era andata affatto male. Due anni fa si era corso in scenari come Paestum e la Reggia di Caserta, gemme tali da rendere secondaria la tracciatura della gara di fronte al loro splendore. Neppure nove mesi fa si era scoperto il labirinto barocco di Martina Franca e la sorpresa spiazzante dei semiaperti e dei muretti del Parco delle Querce. Ma si trattava sempre di qualcosa di noto: ora la novità di una regione totalmente nuova come la Calabria sgomentava e insospettiva. Le sorprese sono tanto più belle quando sono inaspettate.

Orsomarso è un piccolo borgo perduto in una gola dell’interno, una valle aspra e selvaggia. È un borgo come ce ne sono migliaia in Italia, e che se fosse in mani francesi o scandinave, abituate a molto meno, verrebbe venduto come se fosse Firenze o Roma. Si arrampica lungo il crinale, mettendo qualche apprensione per il dislivello, e ha una sua bellezza suggestiva per quanto in parecchi punti sia diroccato o, almeno, trascurato. Tuttavia non sembra nulla di che, tanto che gli orientisti si preparano sereni sotto gli sguardi dei vecchi del paese, che non riescono a decifrare esattamente chi siano quei figuri che si aggirano in calzoncini sotto casa loro. Ma quando lo start smette di bippare e si prende in mano la mappa, il cuore di tutti si ferma un attimo. Che cos’è quell’intrico di vie, anzi di vicoletti, che a malapena si legge. Che abbiano dato una mappa al diecimila? No, i punti arrivano subito … per quanto gli spazi tra gli edifici si vedano appena, per quanto sia praticamente impossibile leggere la mappa correndo al massimo della velocità … no, non è uno scherzo, ma semplicemente una durissima prova. E così si va avanti, appigliandosi frenetici alla mappa, cercando con disperata foga i pochi punti di appoggio, sia anche solo una fontana o un muro non attraversabile. Passo dopo passo subentra l’ansia di smarrire la via e perdersi in quella matassa di vicoli; aumenta la vergogna di fermarsi dopo il punto per guardare quello successivo, cosa che si fa talvolta in bosco, che si faceva da esordienti. Ma poi vedi i forti élite esitare, curvi anche loro sulle mappe, dubbiosi, incerti e capisci che oggi è semplicemente difficile per tutti. A questo si aggiungono le scalinate. Sono le assolute padrone del borgo, tanto che spuntano ovunque: larghe, strette, ripide, morbide. Ma una caratteristica le accomuna tutte: gradino dopo gradino spezzano il fiato, tolgono lucidità, rallentano le gambe che vorrebbero correre per recuperare il tempo perduto ai punti mentre le attende soltanto un’altra rampa su cui soffrire. Le prossime sprint dovranno impegnarsi molto per uguagliare il livello raggiunto da questo.

Piani di Novacco, invece, è un piccolo altopiano perso nell’entroterra più selvaggio. Attorno chilometri e chilometri di nulla: al massimo strade strette e capanne diroccate di pastori. Gli orientisti giunti dal nord si attendevano probabilmente un’aspra terra brulla e assolata: le loro aspettative sono state completamente stravolte. Forse qualche magia ha strappato una faggeta delle Alpi portandola tanto a sud. Il sottobosco è tanto liscio e inesistente che pare un prato all’inglese; qua e là sono mappate piccole macchie di verde uno, ma probabilmente sono lì per far vedere che non si tratta di un allenamento solo curve di livello. Addirittura quando si entra in quel bosco delle meraviglie si abbandona il caldo torrido e si viene investiti da una piacevole frescura. Parrebbe una copia spudorata del Cansiglio, ma il bosco calabrese ha una sua fiera dignità e mostra una personalità differente: così al bosco bianco si alternano i prati che offrono sempre un aiuto prezioso nel nulla di questo candore. Ne viene fuori una gara di rara bellezza, tosta senza essere cattiva o troppo facile, brava ad alternare scelte di percorso a zone di orientamento fine. La strada che serpeggia ad est richiama il più antico assillo dell’orientista: se sia più nobile andare lungo la linea e soffrire il dislivello e le incertezze della lettura o prendere la via semplice e, facendo più strada, non rischiare di sbagliare. Qualcuno va fuori giri, altri sono più bravi, ma sorprende quanto sia pulito questo bosco: né un rovo, né cunette infide, appena un po’ di erba alta in qualche prato. Anche le regioni più dimenticate sanno offrire un grande orienteering.

Weekend prezioso per gli atleti besanesi che riportano la loro formazione in testa alla classifica di società, in quello che sino alla fine sarà un appassionante sfida a tre. A tirare la volata ci pensano soprattutto Gianluca, Silvia e Annamaria che, tanto per non scontentare nessuna delle due gare, si impongono in entrambe le giornate. Ma non si contano i piazzamenti nelle altre categorie, tanto che i bianco-rosso-blu guidano anche la classifica veterani, sono secondi in quella assoluti e appena a ridosso del podio tra i giovani. Nonostante si corresse lontano da casa, la folta partecipazione mette molto fieno in cascina e permette di andare ai prossimi appuntamenti senza l’assillo di dover inseguire.