Andrea Migliore

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L’orienteering nell’emergenza sanitaria

(3 aprile 2020)

In una dimensione alternativa chi scrive avrebbe appena pubblicato il reportage delle gare di Matera, raccontando di una due giorni corsa tra il fascino dei sassi lucani; la mattina si lamenterebbe nella calca del ritardo di qualche treno per Milano, sperando che il lavoro gli conceda di potersi ritagliare una corsetta la sera. Nella stessa dimensione i suoi quattro lettori starebbero preparando la successiva trasferta bergamasca, studiando qualche mappa simile o rammaricando gli errori della settimana prima. Gli organizzatori lucani starebbero valutando l’esito della loro manifestazione, mentre quelli dell’Agorosso fremerebbero nel limare gli ultimi dettagli. Questo accadrebbe in un altro mondo; nel nostro, purtroppo, tutte queste storie sono state spazzate via dalla Storia che, una volta ancora, si è presa l’attenzione generale con grande strepito e terrore e morte.

Nell’incedere terribile e implacabile della pandemia, l’orienteering è stato solo una vittima tra le tante, di certo tra le meno importanti. Quando si assiste al dolore di chi piange solitario i propri cari che soffrono e muoiono, altrettanto soli; quando la presenza di un altro essere umano, incrociato per caso, è vista come un pericolo per sé e i propri familiari; quando le giornate sono accompagnate ora dopo ora dal funebre suono delle sirene, cantrici di altro dolore e altra sofferenza; quando anche la speranza viene meno, ha francamente poco senso pensare con affetto al mondo di mappa e bussola; il rimpianto stesso delle arene gonfie di entusiasmo, delle sprint rapide come il vento, della sfida contro i boschi truci, tutto questo scorre via malinconico, vergognoso anzi di rimpiangere quello che è un gioco, quando altri piangono la morte, la rovina, la paura del futuro.

Nei primi giorni, quando la paura e la disperazione erano ancora compagne giovani, sono apparsi cartelli alle finestre che sostenevano, proponevano, auguravano che tutto sarebbe andato bene. Slancio ammirevole, ma pietose bugie restano: non va tutto bene e non andrà tutto bene. Se non ci saranno le cataste di morti delle grandi pestilenze del passato, il mondo comunque uscirà da questi giorni bui più desolato, povero, schiavo. Quante famiglie avranno perduto persone care o sofferto la malattia e l’ansia? Il tessuto economico stesso, già debole, sarà distrutto, flagellato, e non si conteranno nuove ansie e nuove pene. Le democrazie stesse potrebbero cadere, sfidate dai totalitarismi arroganti che in questi mesi truccando i numeri e forgiando un popolo schiavo usciranno più forti; quando non saranno esse stesse a mutare, avendo ormai covato l’invitabile tentazione e precedenti chiari per poteri assoluti. Quest’ultimo sarà l’esito più inevitabile e sottile della crisi, quello più trascurato all’inizio visto il debordare del giusto dolore provocato dagli altri due. Ma se le epidemie passano, le crisi si superano, quando la libertà cade ci vogliono secoli per ripristinarla.

In tutto questo sembra stupido ed egoista parlare di orienteering, rimpiangere le gare annullate, continuare a mantenere almeno la mente allenata. Può sembrarci inutile visto che la ripresa sarà lontana, forse anche egoista visto che confrontare questa mancanza con altre, ben più gravi, porta ad un’unica conclusione: lasciar perdere. Ma è bene ed è fondamentale continuare a sognare, anche in quest’ora cupa. L’essenza di essere un uomo muore quando la speranza firma la sua resa. Ed è bello sapere che tanti non si sono arresi. Chi può ricavarsi uno spazio per correre nel rispetto delle norme vigenti e, soprattutto della salute altrui, cerca ritmi che simulino almeno la normalità. Altri prendono un po’ di tempo per leggere le mappe delle vecchie gare, come musicisti che ascoltano concerti immaginari scorrendo gli spartiti. Altri ancora si dedicano agli allenamenti più strampalati, per mantenere il corpo in forma e affermare la propria volontà di non cedere allo sconforto.

È difficile dire se e quando potremo tornare sui campi gara, felici di riabbracciare, vedere e parlare con gli amici e rivali; quando potremo sentire il ticchettio dell’orologio che preannuncia la partenza, mentre la mente lotta con il cuore per mantenersi calmi; quando potremo gustare la comparsa della lanterna dopo una tratta difficile vinta e ben eseguita. Ma sarà bello pregustare questo futuro, ora che lo sconforto e la paura dominano emozioni e cervello. Quel giorno assaporeremo anche gli strafalcioni nel bosco perché sentiremo il nostro animo finalmente libero dalle costrizioni della quarantena, lieto nel silenzio tra gli alberi dove non si odono più le ambulanze e i pianti; quel giorno gusteremo anche gli scontri con altri atleti alle curve nelle sprint, dopo mesi di alienazione sociale, forse sorrideremo meno sdegnosi quando qualcuno ci chiederà se è una caccia la tesoro.

Quando l’emergenza sanitaria sarà finita e quelle economiche e politiche ne prenderanno il posto, ancora più feroci e lunghe, sarà bello se un po’ della mentalità orientistica si diffonderà oltre la microscopica nicchia dei suoi cultori. In un mondo divenuto improvvisamente oscuro, servirà pensare alla tratta migliore, calandola dalla figurazione teorica alla realtà; servirà valutare con occhio svelto e preciso le difficoltà e i pericoli di certe scelte; servirà la comprensione rapida dei tranelli e la capacità di rilocalizzarsi quando si è perduti. Ma servirà anche un altro aspetto, in genere deleterio per il nostro sport, fondato su persone con cv importanti e quindi disabituate ad ubbidire ciecamente. In un mondo che si sta abituando agli ordini assoluti e solitari, sarà cruciale il ruolo di chi si oppone con intelligenza, di chi non ha il timore di dire la propria in modo franco e deciso; coscienze critiche capaci di svegliare animi impauriti dalla pandemia e da ciò che ne seguirà, tanto da gettarsi nelle braccia di finti sorrisi e soluzioni facili.

Per questo è un conforto vedere, sapere che gli orientisti non hanno ancora abbandonato la speranza, per quanto ovviamente sia un momento dove il dolore, la paura e il pianto sono compagni inevitabili. Correre nel proprio giardino, sulle scale o nel garage dandosi obiettivi è un modo, però, per ricollocarsi in questo momento in cui vaghiamo sperduti in un bosco senza riferimenti; dedicarsi a progetti futuri, carte e disegni è la continuazione della nostra abitudine di arrivare al punto sapendo già come dovremo uscirne.

Chi scrive ha vissuto molte volte la situazione di vagare per minuti sperso, furioso e umiliato; arrivare al traguardo con la voglia di mollare tutto, salvo poi riprendere il giorno dopo gli allenamenti. Negli anni abbiamo visto concorrenti scivolare in tratte difficili, sbagliare ma proseguire a dare tutto sino alla fine, anche se la vittoria era ormai sfumata, anche se pochi avrebbero saputo e apprezzato. Tra poco verremo tutti chiamati ad una gara, quella della ripartenza, le cui condizioni ci faranno rimpiangere la pioggia fredda e grave di Millegrobbe, o la grandine feroce di Carpegna. Dovremo ricordare, allora, di quando siamo andati in partenza sotto il diluvio o abbiamo atteso il cambio impavidi. Allora eravamo un po’ infastiditi, ma felici di fare quello che più ci piaceva. Domani lo dovremo fare con lo stesso spirito in una prova diversa e più difficile. Ma lo faremo senza perdere l’entusiasmo che avevamo allora, o la voglia di ridere. Solo così potremo dire che davvero andrà tutto bene. (di Andrea Migliore)

Incanti di un notturno veneziano

(1 febbraio 2020)

C’è stato un tempo in cui hai creduto nella magia; incanto e meraviglia erano per te cose reali e certe. Poi sei diventato grande e la fredda razionalità o, più banalmente, l’indifferenza ti hanno mostrato un mondo molto diverso, più grigio ma più sicuro. Ogni tanto, in un libro o in qualche fantasia, hai ricercato quell’universo gioioso e incredibile, ma non ci hai mai creduto come un tempo: al massimo hai rimpianto la felicità di quando eri bambino e non avevi responsabilità. Intanto sei diventato un orientista e hai deciso di iniziare la nuova stagione a Venezia. Ci sei arrivato preparato: lo sapevi che avresti corso nella città più bella del mondo, ma ci sei già stato tante volte e pensi che ormai ti venga a noia. Così mentre esci dal centro sportivo, che fa da ritrovo, hai in mente solo di prendere parte ad un tassello della tua preparazione per le gare che contano davvero. Poi, passato un ponte e un paio di vie, ti fermi un attimo: un canale si apre davanti a te, sull’acqua giocano i raggi della luna assieme alla luce dei lampioni. Nel buio della notte risaltano i palazzi testimoni di una storia secolare, ondeggiano le gondole dalla forma sinuosa, si slanciano i ponti tutti diversi tutti eleganti; più avanti si erge un campanile che non è neppure tra i più pregevoli della città: troneggia distinto sopra una piazzetta alberata che per i colori tenui nell’oscurità ricorda un quadro impressionista. I rumori della città, degli altri orientisti che vanno in partenza, sono ovattati: c’è un incantesimo nell’aria che smussa tutto ciò che non lega con l’atmosfera da sogno che aleggia sui canali e tra le case. Verrà il momento in cui anche questa emozione passerà, ma in quel momento credi di nuovo alla magia, come quando eri bambino e tutto sembrava possibile. Di fronte ad una bellezza così romantica e nel contempo maestosa cadono i freni dettati da anni di razionalità o indifferenza, scemano rabbia e delusione: solo parole d’amore sgorgano dal tuo cuore ammaliato, conquistato.

Ci possono essere mille parole per descrivere Venezia, o forse nessuna. Ogni metro corso in questo museo a cielo aperto è un dono, amore puro. Mentre la frontale illumina il labirinto di calli, ponti e canali, mentre la mente si arrabatta per trovare un percorso logico, gli occhi si riempiono di una magia che solo molto grigiore, molti insuccessi e molta rabbia potranno cancellare. Non pesa la fatica che scalinata dopo scalinata ti taglia le gambe, non infastidisce la gente che si affolla rallentandoti o domandandoti con la solita ingenuità se sia una caccia al tesoro; gli errori stessi scivolano via più lievi perché sono nell’aria incantesimi così dolci da smussare ogni sensazione negativa. Nella mente combatte una lotta inedita, tra la voglia di arrivare il prima possibile al traguardo e la tentazione di correre per sempre in questa meraviglia. Se esiste un Paradiso dopo la morte, in questa gara sto assaporandone un anticipo del mio.

I primi punti lasciano un po’ sorpresi perché filano via facili, e le tratte semplici non sono Venezia. Poi un paio di lunghi traversi portano a ridosso del Ponte di Rialto, dove si annida la matassa più stretta e insidiosa dei vicoli, con deviazioni tanto ravvicinate da mettere paura: leggere la mappa ora diventa difficile e un piccolo errore in questo punto significa essere letteralmente perduti. Si trotterella tra le calli con il cuore in gola, non solo per lo sforzo ma soprattutto per la tensione di essere davvero nel punto in cui si crede di essere. I puristi dell’orienteering non amano le gare sprint perché non hanno lo spessore tecnico del bosco, e questo è molto spesso vero; Venezia però esiste per dimostrare che si può avere complessità anche nelle gare urbane e sono sicuro che esistano boschi, e non pochi, più semplici di questo labirinto. Anche nella mente dei più forti, quelli che all’apparenza vanno sicuri, come se avessero un filo di Arianna a guidarli, si agitano le stesse tensioni delle ultime comparse. Avvengono a velocità superiore, ma anche nei loro occhi talvolta leggi preoccupazione e tensione e paura di sbagliare, e poi il sollievo di aver preso la decisione migliore.

Sono undici i Besanesi a calarsi in quest’arena da sogno, senza riportare in Brianza, però, allori o podi. Il risultato migliore lo conquistano Maria Chiara e Irene, rispettivamente quinta e sesta nel percorso nero, quello più difficile. Davanti a loro alcune tra le migliori interpreti della disciplina, pertanto il messaggio che i colori bianco-rossi quest’anno battaglieranno in WE è lanciato e speriamo che i risultati arrivino brillanti come negli anni passati. Dietro di loro ci sono Federica e Laura, che dal labirinto di Venezia escono a testa alta e mostrano che in WE la società brianzola ha una profondità d’organico da fare invidia. Tra i maschi nel nero prende il via solo Andrea, autore di una prova in linea con le sue possibilità, a cui era impossibile chiedere di più visto il lotto degli avversari. Nel percorso rosso va molto bene Alessandra, quindicesima dopo una gara condotta con la sua consueta matematica precisione. Dietro di lei il sistema dei colori, che accorpa categorie eterogenee, è indigesto ad un terzetto di combattive master: Elena entra comunque nei quaranta, mentre qualche errore di troppo condanna Loredana e Ambrogina al fuori tempo massimo. Buona prova anche per Maria Pia nel giallo, dove sfiora la top ten. Punzonatura mancante invece per Fiorenzo che fa esperienza in un percorso complicato come il rosso.

Ma quando si corre in un’atmosfera di pura magia, circondati dalla bellezza più vera e dallo struggente romanticismo di una città unica al mondo, il risultato passa in secondo piano. La sera della gara l’incantesimo delle calli illuminate è un regalo piovuto dal cielo, un pungolo a continuare a sognare la bellezza e la meraviglia, nonostante tutte le delusioni, la rabbia e l’indifferenza.

(di Andrea Migliore)

Sul lago di Garda si chiude la stagione orientistica 2019

(26-27 ottobre 2019)

Maggio è stato il mese più crudele, generando grandinate sul bosco marchigiano, battendo di pioggia la foresta trentina. Settembre sorprese tutti, coprendo i pascoli di Millegrobbe con nubifragi, piegando anche i più forti al levarsi del vento gelido. Per tutta la stagione le intemperie hanno infradiciato gli orientisti, li hanno obbligati a correre nei pantani e sotto la pioggia battente. Così ha sorpreso l’eccezionale weekend di bel tempo che ha accompagnato le ultime gare nazionali. Clima mite e un bel sole di fine ottobre, hanno mostrato il lago di Garda in tutto il suo splendore. Il sole accarezza le lievi onde che s’infrangono sulle rive di Peschiera e Bardolino, sedi dell’ultima gara di Coppa Italia e del Campionati Italiano Sprint Relay.

La gara del sabato ha come tema la variabilità, in quanto cambia faccia in pochi secondi obbligando tutti gli atleti ad abituarsi rapidamente alle variazioni di scenario. La partenza è a dir poco inconsueta: si corre nel campeggio di Peschiera, zigzagando tra alte siepi e file tutte uguali di bungalow. Gli orientisti schizzano sotto gli occhi perplessi degli ultimi turisti, in un gioco di non facile lettura perché le file regolari di piazzole sono tutte identiche e danno pochissimi riferimenti sicuri. La seconda parte è tutta basata sulla velocità in un quartiere dalle vie larghe, mentre il finale nei vicoletti dell’isola centrale riporta al concetto di sprint a cui si è più abituati: svolte rapide e lettura rapidissima per guadagnare gli ultimi decisivi secondi.

Molto più semplice come impostazione la gara di Bardolino, dove viene disegnata una prova veloce, e tutto sommato facile, nell’elegante cittadina affacciata sul paesaggio morbido e rilassante del lago illuminato dal sole. Ma la sprint relay non è una prova da prendere sotto gamba, su nessuna carta. La più scenografica delle prove di orientamento non tradisce le attese, anche su un tracciato tutto sommato banale. È la prova che certifica la forza di una squadra, che mette a dura a prova i nervi nella sfida uomo contro uomo e la responsabilità di correre per altre due persone. Le prove in bosco esaltano la sfida atavica contro la natura, la tecnica orientistica si fa arte e la fatica di districarsi nel sottobosco richiama qualcosa di antico. Le sprint individuali sono la modernità: frenetica, rapidissima, connubio di tecnica e potenza. Le relay mettono in campo un concetto che si tende spesso a dimenticare: responsabilità. L’errore nella gara individuale penalizza te solo, la staffetta obbliga a correre per altre due persone; ogni passo, ogni scelta viene compiuta sapendo che all’arrivo altre due persone fremono contando i secondi al tuo arrivo, gioiranno per i tuoi successi e piangeranno per i tuoi errori. Si sbaglia come individuo, ma si vince o si perde come collettivo: ognuno mette in comune la sua fatica, i suoi talenti e un solo piccolo errore condanna tutti.

La partenza a mass start è sempre un’emozione vivissima. I secondi del countdown passano lenti come secoli, mentre il cuore freme e attorno si scrutano i volti degli avversari. Si prende la mappa e si scatta nel frastuono dell’incitamento e l’ansia di restare incollati ai primi. Attorno è confusione allo stato massimo: lo scalpiccio della corsa, gli urrah della folla, la concitazione dello speaker. Gli occhi vagano spauriti e rapidissimi in cerca di quel triangolo che alle volte si nasconde in qualche anfratto della mappa. La mente lavora frenetica mentre le gambe sono già spinte al massimo perché nessuno vuole provare il disonore di prendere metri dai rivali sotto gli sguardi trepidi dei compagni di squadra. Metro dopo metro si accendono i duelli atleta contro atleta che meriterebbero i versi di Omero per essere nobilitati nel modo giusto. Le gambe vengono sollecitate per tenere testa al rivale di turno, mentre occhi e cervello si affannano per leggere le scelte giuste, sopravvivere ai forking e indovinare le scelte giuste.

Non minore poesia riveste il momento del cambio. Si arriva all’ultimo punto; il fisico che chiede pietà, l’orgoglio che incita ad andare avanti. Il tuo compagno ti scorge. In un attimo nella sua mente sboccia la gioia di vederti arrivare e subito dopo la tensione di dover prendere ora il testimone e la responsabilità. Corri gli ultimi metri senza respirare, odi appena l’incitamento della folla, cerchi di passare qualche avversario a tiro o resistere al suo rientro; intanto i tuoi occhi cercano il compagno tra il gruppo delle persone al cambio, vedi il suo braccio che ti chiama, odi il suo incitamento. Raccogli le ultime forze in quello che è ormai generosità pura; guadagnare un secondo che lui perderà forse per un’esitazione. Ma quel secondo tu glielo hai donato; gli hai concesso un piccolo errore, lo hai coperto tu con le forze ormai al lumicino. Gli dai il cambio, passandogli il peso di badare a tutti: difendere la posizione che hai guadagnato o tentare una disperata rimonta. Poi vorresti crollare a terra e prendere fiato, ma già un’altra paura ti assale: avrai azzeccato tutti i codici? Avrai dimenticato un punto? Sai benissimo che un tuo momento di appannamento condanna anche i tuoi compagni. Così ti fai avanti, ansimante ma roso dal timore. Poi il bip dello scarico suona come le trombe dell’Apocalisse: in un attimo sai se gioire o se sei condannato … se siete condannati. Ci vorrebbero più relay per abituare tutti alla bellezza del gioco di squadra.

Nella gara di sabato per i colori bianco-rosso-blu sono i master a recitare la parte del leone. Stefano in M50 e Licia in W70 portano a casa le due vittorie di giornata, a cui si aggiungono i podi di Angelo in M55, di Anna in W50 e di Annamaria in W60. Dietro di loro solita messe di piazzamenti, mostrando che la Polisportiva Besanese può lottare in ogni singola categoria con tenacia. Bravi anche i giovani, giunti in gran numero e capaci di battagliare in tutte le fasce d’età. Tra i più piccoli si contano numerosi innesti; segno che fin da subito i nuovi arrivati non si sottraggono alle sfide ardue sui palcoscenici più prestigiosi, ma cercano l’esperienza e il divertimento che le gare locale possono dare in misura molto minore. Numerosi i piazzamenti, tra cui spiccano la solita vittoria di Silvia in W12 e il bronzo di Bianca i W20, sempre più convincente nelle prove veloci. Per gli élite posizioni soltanto di rincalzo, nonostante una presenza di alto livello. Il tridente d’attacco della WE che aveva impressionato ad inizio stagione, in parte è assente in parte in giornata no; gli altri cercano di sopperire al meglio delle loro potenzialità ma la top 10 è lontana per tutti.

Discorso completamente diverso invece per la relay. Al lancio della prova élite sono al via sei staffette besanesi, prova di un’eccezionale profondità della panchina rosso-bianco-blu. Ed è Anna a prendersi subito la scena, in una gara pressoché perfetta in cui pare letteralmente volare. Rifila distacchi importanti alle rivali e cambia in testa facendo sognare tutta la Brianza. Ora il peso sulle spalle di Luigi prima e Cesare poi, è pesantissimo perché bisogna per prima cosa non sbagliare gettando così alle ortiche il capolavoro di Anna, ma si deve anche difendere la posizione coi denti dai fortissimi avversari. Da dietro il livello si alza enormemente e gli assalti spezzano metro dopo metro la resistenza dei due lombardi, i quali hanno però l’abilità di non perdere la testa e portare a casa un’onorevolissima quinta piazza dietro vere e proprie corazzate.

La vittoria arriva invece dalla categoria over 50, tradizionale terreno di caccia della compagine brianzola: Anna, Gianluca e Stefano sono la squadra più compatta della categoria e vanno a prendersi una vittoria in discussione per due frazioni e poi agguantata nella terza. Altri due podi arrivano dalla categoria Junior e dalla Master 35. Nella prima è brava Valentina a cambiare nelle posizioni di testa, poi Dario e Marco Anselmo sono abilissimi a risalire al terzo posto, in una gara dai molti ribaltamenti di scena. Andamento simile nella Master 35 con Barbara a ridosso dei primi al cambio e Giuseppe e Simone perfetti nel guadagnare il secondo posto finale. Come sempre la forza di una buona staffetta risiede nel collettivo e questa è una dote che non manca di sicuro alla Besanese.

(di Andrea Migliore)

I giovani besanesi brillano sul Monte Bondone

(28-29 settembre 2019)

Decisamente non è un weekend di riposo quello ospitato dai boschi del monte Bondone; nonostante il meteo si mostri per una volta eccezionalmente clemente, i tracciati offerti ai quasi ottocento orientisti, giunti per l’ultima prova di Sprint Race Tour e la 6° prova di Coppa Italia, sono di una durezza raramente vista. Molti erano arrivati a Trento cullandosi nell’illusione che la sprint di Candriai fosse una prova simile alla prima gara stagionale al Bosco Virgiliano con un po’ più di dislivello; mentre la gara a Viote del Monte Bondone fosse sì molto lunga, ma per questo facile, veloce, quasi tutta sui prati. Ecco, chi è arrivato con queste convinzioni è stato molto rapidamente e ferocemente disilluso.

Già il tratto per andare in partenza a Candriai è suonato a tutti come molto strano, per non dire sinistro. Strada in salita, piuttosto ripida, in un bosco scosceso e selvaggio; quindi secca svolta e ci si incammina su un sentiero stretto stretto. Ci si incammina è il termine più corretto perché solo qualche élite osa corricchiare. I più si guardano attorno straniti. Dove sono l’asfalto e le svolte veloci? Dove sono i parchi urbani e tutte le altre caratteristiche tranquille delle sprint urbane? Ci si accalca alla partenza sperando che oltre la curva del sentiero il bosco si mostri più gentile.

Poi si prende la mappa e si parte forte, come conviene ad una sprint, ma quasi subito si è costretti a ricredersi. La selva si estende intorno, sorniona e infida, del tutto priva di riferimenti immediati come quelli che l’occhio coglie al volo nella concitazione delle gare veloci. Anche quando compare il paese si rimane in una gara di bosco vera e propria: si susseguono prati malagevoli, tagli che sono un’avventura coraggiosa, macchie di vegetazione fitta. La mente e le gambe faticano ad abituarsi ad un contesto tanto anomalo e le trappole sono dietro l’angolo. Ovviamente il terreno rende tutto più ostico, perché un conto è correre sul terreno liscio dei borghi, un altro arrancare sulle rampe o nei semiaperti grezzi colmi di ortiche.

Ma tutto questo è solo un antipasto di quanto aspetta il giorno dopo. Il ritrovo alle Viote del Monte Bondone sorge in mezzo ad ampi pratoni inframmezzati da boschi fitti ma non troppo grandi. La cima che troneggia sull’arrivo appare un dolce declivio che promette velocità e tratte facili. Molti se lo ripetono affinché il pensiero non corra ai troppi chilometri sforzo che attendono. Arrivano i primi concorrenti, intanto, quelli delle categorie corte. Si osserva i loro volti tirati e qualche dubbio sovviene. Ma raccontano di prati, tosti ma aperti; si giudica la fatica per il frutto di una gara corsa a tutta. Così ci si incammina sereni verso la partenza. Intorno il bosco si fa severo incutendo qualche timore. Ma ci illude che i punti là dentro saranno pochi: ci sono dei tempi da rispettare, non può essere troppo dura ci si dice.

Poi si arriva alla partenza, si prende la mappa, che pare un lenzuolo, e ci chiede come sia possibile portare a termine la gara. Un attimo dopo si è immersi in un manto arlecchino di piccole radure, boschetti alternati a zone più fitte che mandano subito in confusione. L’illusione che sarà facile dura uno, massimo due punti. Poi, dopo una nuova rampa cattiva, ci si arrende all’evidenza che non sarà facile per niente. Si va avanti cercando di convincersi che è solo il primo loop ad essere duro: poi tutto diventerà più semplice. Eppure, valicata un’altra collina, mentre il cronometro segna inesorabile un tempo già alto, si guarda la mappa, ci si accorge di aver completato forse un quarto della gara e lo scoramento assale anche il più forte.

Il pendio che era sembrato così dolce un paio d’ore prima si estende beffardo davanti. Qualunque sia la scelta va scalato curva dopo curva, quando le gambe sono già piuttosto provate. Gli orientisti annaspano esausti sul sentiero che sale inesorabile, oppure incespicano sul costone di prato affilato come un rasoio. E non è finita lì. Ci si era illusi che il finale fosse facile: gialli aperti dove si vede tutto e piccole estensioni di bosco, ma non è affatto così. Il dislivello non molla e inizia a diventare enorme. Le difficoltà tecniche non cessano, anzi si ingigantiscono ora che la lucidità è al lumicino. Ci si trascina lentamente, sfiniti, punto dopo punto desiderando solo più il traguardo. E quando questo arriva è ancora una rampetta, leggera, ma pare un muro per gambe sfibrate, polmoni esausti e menti prive di forza di lottare ancora.

Arrivano diversi successi per i colori bianco-rosso-blu e sono soprattutto i giovani a brillare. Su tutti spiccano Marco Anselmo, che vince entrambe le prove in M16, e Angelo, che si impone in M20 nella gara long. Per entrambi vittorie di prestigio in categorie sempre molto ostiche e in prove che richiedevano un mix importate di tecnica e abilità atletiche. A completare il bel weekend dei giovani ci pensano Chiara che in W12 non lascia nulla alle avversarie e Francesco, bravo ad andare a podio in M20 sia nella sprint e nella long.

Nell’altro tradizionale serbatoio di successi, la WE, complici le numerose assenze, arriva soltanto il settimo posto di Anna la domenica. Brillano invece i maschi, capaci di ben figurare nelle due prove. Spicca il nono posto di Luigi nella long, al termine di una gara che data la lunghezza definire epica è poco.

Come sempre le categorie master portano un’abbondante messe di allori, nonostante qualche assenza. Oltre ai numerosi piazzamenti arrivano quattro successi: Stefano si impone in M50 in entrambe le giornate, mentre Gianluca vince la M55 nella sprint e Anna la W50 nella long.

Tutti questi risultati fanno sì che la Polisportiva Besanese mantenga la leadership nella classifica generale di società con un buon margine sulle più dirette inseguitrici. E se nelle categorie master il primato è consolidato, ci si riporta sotto anche nella classifica giovani, segno che le nuove leve si stanno mostrando sempre più degne.

(di Andrea Migliore)

Campioni sotto il diluvio

(7-8 settembre 2019)

Verrà un giorno in cui il maltempo capirà che gli orientisti non rinunciano a partire per quanto infuri la pioggia o faccia un freddo invernale; ma non è stato il giorno dei campionati italiani long. Verrà un giorno in cui le intemperie comprenderanno che ottengono di più a rovinare il weekend di qualche gitante improvvisato o di sfortunati bagnanti al mare; ma non è stato il giorno della long di Millegrobbe. Perché se i campionati italiani sprint a Folgaria si sono corsi sotto la minaccia di un cielo grigio e cupo, il giorno dopo, sopra i prati e i boschi dell’altopiano di Lavarone, si è scatenato il finimondo, con il maltempo che ha cercato di emulare la giornata di tregenda della staffetta a Carpegna. Ma per quanto molti orientisti siano arrivati stremati, assiderati o semplicemente fradici, ben pochi si sono tirati indietro alla partenza, mostrando, ancora una volta, al maltempo di essere ossi davvero duri da rodere.

Un tempo eccezionalmente clemente aveva, invece, graziato i campionati italiani sprint. Ed è stato un bene, altrimenti tra i ripidi vicoletti di Folgaria sarebbe stato un bagno di sangue, in termini non soltanto figurati. Quanto al tracciato interessante, la missione è riuscita, nonostante la mappa più di tanto non potesse dare: non tutti possono avere Venezia, pertanto nella scarsità di soluzioni bisogna rimboccarsi le maniche.

Già dalla chiamata ai -3 minuti si capisce che sarà dura: subito una rampa assassina ed è appena la prima della giornata. Il tracciatore ha scelto una gara molto nervosa, con continui saliscendi; ma le discese durano un battito di ciglia, mentre le salite sembrano infinite. Ben presto, rampa dopo rampa, scalinata dopo scalinata, ci si chiede come sia possibile essere sempre a ridosso della via principale, se si annaspa ogni momento in salita. È una gara da fare a tutta, forzando sulle rampe e cercando di riprendere un po’ fiato nei brevi momenti di tregua. Metro dopo metro si incontrano altri concorrenti: nei loro volti è impressa una fatica via via più aspra, si ode il loro annaspare gradino dopo gradino. E quando la strada si fa finalmente larga e meno ripida, quando la mente indurrebbe a rilanciare per ovviare al tempo perduto, le gambe rispondono che non se ne  parla neanche, che o si rallenta o loro non muoveranno un muscolo di più. È una lotta serrata della mente contro il corpo che si ribella, quella che travaglia ogni orientista nelle ultime scelte.

Ma nulla può preparare a quanto accadrà il giorno dopo. Già quando la sveglia suona si ode l’infuriare della pioggia; le persone normali imprecherebbero un poco, poi tornerebbero a dormire. Gli orientisti, invece, ritirano ordinatamente materassini e sacchi a pelo, rifanno i letti e preparano la colazione, si vestono pronti a sfidarsi in quella che (già lo sanno) sarà una giornata durissima. Si arriva poi a Millegrobbe: i bei prati alpini sono avvolti sotto una cappa di nubi nere e scrosci di pioggia. Si esce dalle macchine e il freddo punge come mille aghi. Si corre a rifugiarsi nelle strutture coperte, rassegnati ma pronti. Quando si avvicina la partenza, gli orientisti afferrano bussola e si card, salutano i compagni di squadra come se non li dovessero vedere più, traggono un respiro ed escono.

Fuori li accoglie una prima mitragliata di pioggia, che sarà seguita da innumerevoli altre; il freddo si fa via via più feroce; il bosco appare cupo e diabolico tra i neri riflessi delle nubi. Ma tutto ciò non ferma i preparativi: si corricchia per scaldarsi, si fa qualche battuta nervosa per spezzare la tensione, e si va avanti. Il nubifragio, quasi indispettito da tanta resistenza, infuria sempre più; uso a rovinare i weekend di spauriti gitanti non riesce a capire come spezzare questi personaggi che si avviano uno dopo l’altro verso la partenza. Qualche soddisfazione la ottiene soltanto con chi porta gli occhiali, che in un amen diventano inutili orpelli. Il maltempo si sfoga come quei bulletti da quattro soldi che se la prendono coi più deboli, ma per uno che piega, altri dieci, venti, trenta, gli fanno pernacchie andando avanti punto dopo punto.

È un peccato perché il bosco pare un tappeto tanto si corre bene. I particolari sono distribuiti con onesta quantità, ingannando il giusto senza incattivire troppo. Le rampe stesse non sono mai troppo dure, le discese gentili. La long però, per la sua stessa, natura, obbliga ad ampi giri moltiplicando così il tempo di esposizione alle intemperie. Così, quando si arriva sui prati dell’ultimo loop si è già fisicamente provati. Qui il maltempo prova il suo ultimo scherzetto infido, alzando un vento freddo che abbatte i concorrenti debilitati. Quasi tutti vanno avanti, ma ora il prezzo da pagare è altissimo.

Negli spogliatoi si assiste a scene che decenni di riscaldamento e progressi tecnologici sembravano aver cancellato: i concorrenti arrivano uno dopo l’altro, sfiniti, infreddoliti, sfibrati dalla pioggia gelida. Alcuni non trattengono i tremiti in un corpo spogliato di ogni calore, altri arrivano praticamente assiderati, sofferenti, in lacrime. Si cerca in ogni modo un po’ di calore, tanto che i risultati e le riflessioni sulle scelte passano decisamente in secondo piano. È un ritorno della lotta primordiale dell’uomo contro le intemperie, quando non c’erano tetti o caldaie a scaldare gli spauriti ominidi prima che fosse scoperto il fuoco. Oggi siamo tutti molto più deboli di quei lontani progenitori, ma gli orientisti non sono decisamente dei pulcini infreddoliti. Ci sono sport in cui si sospende tutto quando il pallone non rimbalza; l’orienteering può vedere depressioni, come quella della 100, diventare dei laghetti, ma nessuno si tira indietro quando si deve entrare in quell’acqua gelida. Sarebbe bene che il maltempo si faccia due riflessioni su questo e, la prossima volta, si scelga avversari meno determinati.

Il weekend dei campionati italiani segna l’allungo della Polisportiva Besanese nella classifica di società; per quanto gli avversari incalzino a breve distanza, l’ottimo comportamento di élite, giovani e master bianco-rosso-blu consentirà di partire in pole position nelle ultime tappe di questa entusiasmante corsa.

Eppure il weekend aveva riservato più lacrime che gioie almeno per le WE, con i quarti posti di Anna nella sprint e Irene nella long, entrambe per un niente. A Folgaria è un PE a negare ad Irene un podio verso cui era lanciatissima dopo una gara praticamente perfetta, mentre Anna, dopo un inizio difficile, pare volare nel finale, ma non abbastanza per risalire fino ad un bronzo che rimane davvero ad un passo. Nella long Irene onora il titolo dello scorso anno, duellando fino alla fine per il terzo posto, che le sfugge per appena nove secondi; un’inezia contando i quasi novanta minuti di gara. Buone risposte dai maschi almeno nella sprint, dove piazzano due di loro nei primi quindici e ben quattro nei trenta. Giornata di sofferenza pura invece nella long.

Tra i giovani si prendono la copertina, Bianca, seconda in W20 nella sprint, e Marco Anselmo, secondo in M16 nella long. Per entrambi una gara senza sbavature, condotta sempre nelle posizioni che contano. Non fanno quasi più notizia gli ennesimi podi di Silvia in W12; anche per lei arrivano due argenti: davvero una certezza quando si parla di medaglie.

Per trovare i titoli italiani ci si deve spostare nelle categorie master, solita fucina di risultati per i colori bianco-rosso-blu. Manca il sigillo nella long, ma nella sprint sono tre i titoli che prendono la strada verso le collinette brianzole: Anna e Stefano dominano in W e M 50 rispettivamente, mentre Annamaria si prende il titolo in W60, dove almeno per le sprint quest’anno non ha lasciato che le briciole alle rivali.

Ma dietro questi acuti c’è tutta una squadra che si mostra pronta a lottare, scaletta dopo scaletta, curva di livello dopo curva di livello, rafforzando la leadership nel campionato a squadre dove anche il punto preso nelle categorie inferiori, nelle posizioni di rincalzo, può essere determinante per il successo finale.

(di Andrea Migliore)

Primiero week: si corre in Paradiso

(di Andrea Migliore)

Estate: tempo di cinque giorni. Tempo di correre con meno assillo del risultato, tempo di farsi guardare strano dai conoscenti non orientisti che ti chiedono, con sincera preoccupazione, perché impiegare le poche settimane di ferie a sgobbare tra boschi e prati di alta montagna; oppure, se proprio la località è di mare, chi te lo fa fare di correre ad oltre trenta gradi in qualche pineta quando a due passi c’è una comodissima spiaggia in cui riposare.

L’Italia non avrà il nome dei grandi appuntamenti nordici, quasi arroganti con le loro startlist di altissimo livello e i terreni ipertecnici, ma sa offrire paesaggi e borghi che ammutoliscono a prescindere gli stranieri; senza contare, naturalmente, che anche l’umile ristoro offerto dagli Alpini è in grado di dare parecchi punti ai maldestri tentativi culinari d’oltralpe.

Quasi ogni regione è in grado di ben figurare in questi appuntamenti, ma c’è una valle che sa offrire il giusto mix tra paesaggi mozzafiato, mappe perfette dal punto di vista tecnico e un’accoglienza da prima classe. Primiero è forse l’unico posto d’Italia in cui l’intera popolazione non reagisca alla parola orienteering con volti dubbiosi o, tra i meglio informati, con associazioni alla caccia al tesoro. Viene anche da dubitare di essere in montagna, visto che l’accoglienza gentile degli abitanti non coincide per nulla con il classico montanaro burbero e sospettoso. Anni e anni di attività ad alto livello hanno poi forgiato un’organizzazione rodata, cortese ed efficiente e lasciato in dote mappe di tutti i tipi in grado di accontentare i più difficili.

Ma la cinta di monti, le verdi vallate che degradano verso il fondovalle ammantate di pini e spiazzi erbosi, i laghetti incantati in cui si riflettono le maestose pareti dolomitiche, danno l’impressione di correre in paradiso. Qui ogni mappa ha la sua personalità e non può deludere. San Martino di Castrozza è il romanzo classico, perfetto nella sintassi dei punti e ordinato nella costruzione delle tratte; ogni difficoltà è al suo posto e, per quanto non ci siano particolari colpi di scena, disanima i maggiori problemi orientistici con l’abilità dei grandi. La Val Venegia è il romanzo d’amore, perché solo questo sentimento può sgorgare in una vallata solcata da un torrente d’argento e incastonata tra montagne di indicibile bellezza; il terreno pare soffice come braccia d’amante e le curve del terreno ammaliano come un sorriso innamorato. Non che sia facile, ovviamente: non tutte le storie d’amore hanno un lieto fine; a volte un avvallamento tradisce, la gelosia sorge spontanea quando uno scandinavo pare volare nelle paludi che gli ricordano casa e in cui tu arranchi incerto; ma non di meno è impossibile uscirne indifferenti. Passo Valles è altissima poesia nel suo apparente spoglio paesaggio d’alta quota. Cantano le montagne, intorno, degli eroi dal multiforme ingegno che non vagarono affatto tra le spolverate di massi e i pendii ripidi, e molta fatica patirono per riportare la vittoria in questa arena creata per gli dei. Incombono, più in basso, le selve selvagge e aspre, tanto ripide e piene di massi infidi tanto che sorge spontanea la paura. La Val Canali è il dramma finale, coi suoi pendii ripidi come rasoi e dai dislivelli inflessibili che piegano le gambe degli orientisti stanchi dopo quattro giorni di fatiche. Si soffre andando in partenza, mentre il sentiero, si drizza sempre di più; si soffre quando si guarda verso il basso pregando che i chiodi tengano su quelle pendenze, si soffre tra i pietroni della parte finale che complicano tutto quando la mente non più lucida chiede soltanto pietà.

Eppure, sono pronto a scommetterci, anche se è uscito dalla cinque giorni a pezzi, anche se tra i mille sassi del Valles non ci ha capito più niente, ogni orientista, rincasando, ha dato un malinconico addio a questa splendida valle, perfettamente soddisfatto di aver speso le sue poche ferie scegliendo di venire qua.

Alla fine della manifestazione arriva un solo podio per i colori bianco-rosso-blu: il terzo posto di Silvia in W12. Ma vista la nutrita presenza di agguerriti stranieri non si poteva davvero fare di più. In tutte le categorie i presenti hanno lottato su erte ostili e dipanato le tratte più insidiose. Tra gli alberi abbattuti di San Martino, le pietraie del Valles fino alle rampe assassine della Val Canali, i besanesi presenti hanno messo nel motore chilometri di tratte tecniche e un prezioso allenamento in quota che tornerà utile quando arriveranno i grandi appuntamenti italiani di fine stagione.

Non si può tacere, però, di due straordinari successi ottenuti in eventi collaterali alla cinque giorni che riempiono di orgoglio. Sabato 6 luglio si correva la Primiero Dolomiti Marathon, gara di 26 o 42 km in alcuni degli scenari più belli dell’intero arco alpino. Le Pale di San Martino, con le loro guglie millenarie di grazia maestosa, e il lago di Calaita, gemma azzurrina in cui le cattedrali di pietra si rinfrangono splendide, sono state le spettatrici della vittoria di Anna sulla distanza di 26 km. Vittoria è però un termine eccessivamente modesto, perché la sua corsa leggera l’ha portata ad uno straordinario trionfo, relegando la seconda avversaria ad oltre otto minuti e mettendosi alle spalle anche quasi tutti gli uomini. Passa solo un giorno e arriva un altro successo: questa volta è Irene a prendersi la O-Marathon nello splendido scenario di Passo Coe. Ancora lunghe distanze, questa volta condite anche delle difficoltà tecniche di una normale long. Ma questa particolare gara non è davvero per gli insicuri, perché presenta tratte che atterriscono per lunghezza: qui non basta saperci fare con bussola e mappe, ma anche avere una costanza fuori dal comune. Due vittorie in gare diverse, ma accomunate dalle stesse qualità richieste per vincere: la capacità di soffrire per lunghe tratte, l’abilità di non mollare quando ogni singola fibra del corpo chiede pietà, la forza di volontà di andare avanti nelle difficoltà cose che, in altre circostanze della vita, mostrano chi è grande per davvero.

Calabria: nuovo palcoscenico per gare di alto livello

(di Andrea Migliore)

Certe volte le situazioni migliori capitano quando meno te le aspetti. Ed è così che il sud Italia sorprende, una volta ancora, gli orientisti calati alla spicciolata dal nord portando nel bagaglio, oltre a bussola e sicard, una buona dose di timoroso e supponente scetticismo. Erano venuti sicuri di sogghignare di fronte ad un’organizzazione approssimativa e impreparata; incerti sull’effettivo valore di quelle gare tanto a sud; fiduciosi solo di godersi almeno una vacanza al mare. In verità non era la prima volta che si correva a queste latitudini; e le altre volte non era andata affatto male. Due anni fa si era corso in scenari come Paestum e la Reggia di Caserta, gemme tali da rendere secondaria la tracciatura della gara di fronte al loro splendore. Neppure nove mesi fa si era scoperto il labirinto barocco di Martina Franca e la sorpresa spiazzante dei semiaperti e dei muretti del Parco delle Querce. Ma si trattava sempre di qualcosa di noto: ora la novità di una regione totalmente nuova come la Calabria sgomentava e insospettiva. Le sorprese sono tanto più belle quando sono inaspettate.

Orsomarso è un piccolo borgo perduto in una gola dell’interno, una valle aspra e selvaggia. È un borgo come ce ne sono migliaia in Italia, e che se fosse in mani francesi o scandinave, abituate a molto meno, verrebbe venduto come se fosse Firenze o Roma. Si arrampica lungo il crinale, mettendo qualche apprensione per il dislivello, e ha una sua bellezza suggestiva per quanto in parecchi punti sia diroccato o, almeno, trascurato. Tuttavia non sembra nulla di che, tanto che gli orientisti si preparano sereni sotto gli sguardi dei vecchi del paese, che non riescono a decifrare esattamente chi siano quei figuri che si aggirano in calzoncini sotto casa loro. Ma quando lo start smette di bippare e si prende in mano la mappa, il cuore di tutti si ferma un attimo. Che cos’è quell’intrico di vie, anzi di vicoletti, che a malapena si legge. Che abbiano dato una mappa al diecimila? No, i punti arrivano subito … per quanto gli spazi tra gli edifici si vedano appena, per quanto sia praticamente impossibile leggere la mappa correndo al massimo della velocità … no, non è uno scherzo, ma semplicemente una durissima prova. E così si va avanti, appigliandosi frenetici alla mappa, cercando con disperata foga i pochi punti di appoggio, sia anche solo una fontana o un muro non attraversabile. Passo dopo passo subentra l’ansia di smarrire la via e perdersi in quella matassa di vicoli; aumenta la vergogna di fermarsi dopo il punto per guardare quello successivo, cosa che si fa talvolta in bosco, che si faceva da esordienti. Ma poi vedi i forti élite esitare, curvi anche loro sulle mappe, dubbiosi, incerti e capisci che oggi è semplicemente difficile per tutti. A questo si aggiungono le scalinate. Sono le assolute padrone del borgo, tanto che spuntano ovunque: larghe, strette, ripide, morbide. Ma una caratteristica le accomuna tutte: gradino dopo gradino spezzano il fiato, tolgono lucidità, rallentano le gambe che vorrebbero correre per recuperare il tempo perduto ai punti mentre le attende soltanto un’altra rampa su cui soffrire. Le prossime sprint dovranno impegnarsi molto per uguagliare il livello raggiunto da questo.

Piani di Novacco, invece, è un piccolo altopiano perso nell’entroterra più selvaggio. Attorno chilometri e chilometri di nulla: al massimo strade strette e capanne diroccate di pastori. Gli orientisti giunti dal nord si attendevano probabilmente un’aspra terra brulla e assolata: le loro aspettative sono state completamente stravolte. Forse qualche magia ha strappato una faggeta delle Alpi portandola tanto a sud. Il sottobosco è tanto liscio e inesistente che pare un prato all’inglese; qua e là sono mappate piccole macchie di verde uno, ma probabilmente sono lì per far vedere che non si tratta di un allenamento solo curve di livello. Addirittura quando si entra in quel bosco delle meraviglie si abbandona il caldo torrido e si viene investiti da una piacevole frescura. Parrebbe una copia spudorata del Cansiglio, ma il bosco calabrese ha una sua fiera dignità e mostra una personalità differente: così al bosco bianco si alternano i prati che offrono sempre un aiuto prezioso nel nulla di questo candore. Ne viene fuori una gara di rara bellezza, tosta senza essere cattiva o troppo facile, brava ad alternare scelte di percorso a zone di orientamento fine. La strada che serpeggia ad est richiama il più antico assillo dell’orientista: se sia più nobile andare lungo la linea e soffrire il dislivello e le incertezze della lettura o prendere la via semplice e, facendo più strada, non rischiare di sbagliare. Qualcuno va fuori giri, altri sono più bravi, ma sorprende quanto sia pulito questo bosco: né un rovo, né cunette infide, appena un po’ di erba alta in qualche prato. Anche le regioni più dimenticate sanno offrire un grande orienteering.

Weekend prezioso per gli atleti besanesi che riportano la loro formazione in testa alla classifica di società, in quello che sino alla fine sarà un appassionante sfida a tre. A tirare la volata ci pensano soprattutto Gianluca, Silvia e Annamaria che, tanto per non scontentare nessuna delle due gare, si impongono in entrambe le giornate. Ma non si contano i piazzamenti nelle altre categorie, tanto che i bianco-rosso-blu guidano anche la classifica veterani, sono secondi in quella assoluti e appena a ridosso del podio tra i giovani. Nonostante si corresse lontano da casa, la folta partecipazione mette molto fieno in cascina e permette di andare ai prossimi appuntamenti senza l’assillo di dover inseguire.