Archivi Giornalieri: 27 Agosto 2020

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Prove di ripartenza

(27 agosto 2020)

La partenza è uno dei momenti più emozionanti di una gara di orienteering. È l’attimo in cui la preparazione è finita ma davanti tutto è ancora possibile; è l’attimo in cui nelle gambe e nella bussola di ogni concorrente c’è lo scettro del vincitore perché tutto deve ancora compiersi. Il rumore del bip che scandisce gli ultimi, concitanti, secondi è lo spartiacque tra due mondi: una volta partiti, le gambe e la mente dei più forti iniziano a scavare il solco, ma fino a quell’attimo nessuno può dire di essere già battuto. Gli orientisti hanno vissuto questa emozione più volte, accompagnati dal countdown del cronometro e, talvolta, le chiacchiere degli addetti in partenza; che sia stato compiuto nella garetta promozionale della domenica o nelle arene dei mondiali, il rituale è noto e non viene mai a noia.

Ci sono partenze che ognuno ricorda: la prima sicuramente, forse quella della gara più importante, gli start delle giornate in cui abbiamo scritto la nostra pagina di sport più bella. Ora, per molti, un’altra partenza resterà in mente a lungo, perché una ripartenza come questa non si era mai vissuta; e tutti si augurano che non venga vissuta mai più. A differenza di altri sport l’orienteering era rimasto lontano dalla storia; certo c’erano state storie personali che ognuno può avere, oppure storie sportive di assoluto valore, compiute ora da comparse, ora da grandi campioni. Ma l’appuntamento con la Storia che si studia a scuola non era mai stato vissuto. La pandemia, che ha flagellato i primi sei mesi di questo disgraziato 2020, è intervenuta come un maglio sul piccolo mondo dell’orienteering: cancellate le gare locali, annullate le competizioni nazionali, stralciati addirittura i grandi appuntamenti mondiali dei campioni di questo sport. Dopo mesi di confinamento forzato, settimane di additamenti ad untori dei corridori che si allenavano, giorni di personale angoscia, si riparte e anche l’orienteering prova a restituire serenità in una stagione che non dimenticheremo molto presto.

E così ci si ritrova al cancelletto di partenza, come per cento gare si era dato per scontato. Sia un paesotto dell’appennino bolognese, un bosco alpino sotto lo sguardo augusto delle Dolomiti, o una zona di semiaperti che sovrasta Ginevra … si riparte. Un nodo stringe al cuore quando si riprendono gesti un tempo normali, ma bramati a lungo nelle lente giornate di quarantena: si sistema il tape, si stringono le scarpe coi chiodi, si inforcano bussola e si-card. Una gioia irrefrenabile sorge quando si scorge il rivale storico; oggi non contano le volte in cui le abbiamo date o prese: si vorrebbe abbracciarlo, se solo si potesse farlo; tanta è la felicità ora che si può pensare a come vincere e non al terrore instillatoci giorno dopo giorno. È bello lasciar scorrere lo sguardo sui mille colori delle magliette di società, orgogliosamente sfoggiate dopo mesi cupi in cui le abbiamo viste, inutilizzabili, in fondo al cassetto: sembrano l’arcobaleno che si leva dolcemente dopo la furia del temporale.

Ci si incammina verso la partenza, felici di riabituarsi alla processione di orientisti che scorre ognuno col suo ritmo. Certo, la pandemia che ancora rugge obbliga a penose distanze, ad indossare altri capi di vestiario che prima non si sarebbe immaginato di portare. Certo, questa volta la tensione del risultato è ridotta, ma poco importa: oggi è già una grande conquista poter essere qui, in mezzo a tanti essere umani, da cui ci siamo tenuti a distanza per molti mesi (e chissà per quanti altri lo dovremo fare ancora). Poi si viene chiamati al cancelletto e l’emozione di poter tornare a fare quello che si è sempre amato trabocca; il rito del clear and check viene compiuto con trepidazione, come se fosse stato un piacere per molto tempo vietato. Dietro di sé si ode il chiacchiericcio di chi è in attesa, davanti il bip del cronometro; sono rumori dolci dopo aver sentito per mesi solo il silenzio angosciato di città immobili e, al massimo, il lugubre canto delle ambulanze.

Quando si parte l’emozione è vivissima. La mente corre subito ai gesti abituali, le gambe iniziano a pestare prima il sentiero poi il terreno via via più accidentato, ma un palpito del cuore è per la gioia di aver ricominciato. Man mano che si procede, si affrontano le rampe, il sottobosco infido, le spolverate di massi e le difficoltà tecniche via via più complesse. Si vedono sfrecciare i concorrenti più forti attorno, si odono gli sconfitti imprecare quando ci si accorge di aver sbagliato. Oggi la fatica ci sembra un’amica cara che avevamo lasciato da troppo tempo, ci fanno piacere anche le matasse di bosco verde che ci rallenta, trottiamo allegri anche sui costoni più ripidi o le tratte più tecniche. Oggi l’errore stesso è un aspetto secondario, a cui diamo poca importanza, perché quello che conta oggi è poter essere nuovamente in bosco e poter fare lo sport che abbiamo amato e che amiamo ancora.

Non è detto che questa partenza sia definitiva, anzi le ombre di nuove cancellazioni si levano prepotenti, e quella che credevamo una ripartenza forse sarà soltanto un’ora d’aria. In tal caso bisognerà essere forti: perché la morte della speranza che risorge è più dolorosa del primo avvento del dolore. Ci saranno altri disastri in questo caso, tali da rendere del tutto ingiusto il rimpianto delle gare perdute. Se, invece, questa sarà davvero il primo passo di una nuova partenza, questa corsa verso una nuova normalità sarà una gara che ci ricorderemo tutti. Ci saranno errori, ritardo sarà accumulato, ma sarà un piacere guadagnare un punto alla volta verso la spensieratezza che ci è stata negata in questi mesi. E, forse, sarà un vantaggio riuscire a guardare alle cose in futuro come a questa prima gara dopo la quarantena: dedicando il pensiero a quello che amiamo fare più che al rammarico di quanto si è sbagliato; felici di godere il momento che un destino insondabile ci sta concedendo. Guarderemo agli errori nostri e altrui con minore severità, contenti di far parte di quella comunità di esseri umani, da cui ora dobbiamo guardarci per il bene reciproco, ma di cui facciamo parte.

(di Andrea Migliore)