L’orienteering torna nelle valli del Cuneese per un’inconsueta tre giorni di gare nazionali, favorita dal ponte festivo del primo maggio. Il viaggio nell’estremo angolino del Nord-Ovest italiano fa compiere a ritroso, un po’ a tutti, il viaggio che gli atleti della provincia Granda devono abitualmente intraprendere per recarsi alle gare in altre parti d’Italia. Nonostante la distanza, la tre giorni sfiora i mille partecipanti, con la speranza che sia un segnale di ripresa del movimento. Il grande afflusso di orientisti, tra cui parecchi stranieri, invade una provincia poco abituata ad essere al centro dell’attenzione; il meteo stesso è così intriso dell’anima riservata del luogo da apparecchiare una fitta coltre, celando l’arco di montagne innevate ai concorrenti che arrivano.
Si parte subito con una long. Per sfidare la resistenza degli atleti, gli organizzatori approntano i tracciati in una selva che definire esigente è poco, anche per una provincia abituata a misurare le parole ed a non esagerare. Il bosco di Pianfei sorge su alcune colline non eccezionalmente ripide attorno ad un laghetto ormai quasi del tutto in secca. Una rete di sentieri piuttosto vasta si estende nell’area; ad una prima vista sono abbondanti e agevoli; qua e là qualche albero caduto ostruisce la via, ma nel complesso hanno un fondo buono e sono larghi e spesso netti. Li puoi percorrere per chilometri, sentendo solo la fatica che lentamente aggredisce le gambe. Prima o poi, però, devi entrare nel bosco. Lo hai già veduto al ritrovo, mentre incombeva scuro dalle colline. Lo hai osservato meglio andando in partenza. O, forse, non lo hai osservato, perché un muro di rami contorti e folto sottobosco ti ha precluso la vista. Quello che c’è dentro lo hai immaginato tu e non sono stati pensieri confortanti in generale. Ora corri lungo i sentieri, sbirciando incerto sulla mappa: verde a destra e a sinistra, in varie gradazioni di colori: il verde è ovunque. Il tracciatore ovviamente ha fatto disporre i punti là dentro e, quindi, entri nel groviglio. Immediatamente la selva ti aggredisce con la vegetazione. Rovi non eccessivi, va detto, ma i rami e rametti sono ovunque; il sottobosco pullula in ogni dove via via più infido. Il terreno stesso si raggruma rendendo difficile la corsa. I fianchi delle colline non sono neppure troppo ripidi; vorresti correre, ma la selva da ogni parte pone inciampi ed ostacoli, ti soffoca togliendoti certezze. Raggiungi il punto e il tuo cuore esulta, ma è un attimo soltanto perché almeno un altro ti obbliga a restare in quel verde infame. Ogni passo è compiuto con esitazione, guardandosi attorno con frenesia perché sbagliare, anche di poco, può portare al naufragio più disperato. Appena puoi riguadagni i sentieri: strada dritta per dritta in modo da levarsi al più presto da quel piccolo inferno. La striscia di terreno battuto ti pare il paradiso, anche se ti obbliga a lunghi giri e lentamente ti sfianca. E fatalmente bisogna tornare in quel bosco, che verde e ingarbugliato ti occhieggia insidioso. Si prosegue così per un’ora, per due ore, per di più se la selva ti ha sconfitto senza pietà. Lunghi giri sui sentieri, cercando di respirare, poi di nuovo dentro al verde ad annaspare e cercare di non annegare.
Il secondo giorno si apre con uno splendido sole sul Nord-Ovest. Il meteo favorevole si riflette nella minore esigenza della mappa e del tracciato. Nell’abitato di Demonte si corre la distanza sprint, e questa volta lo fanno anche i master a differenza di Cremona. Il giardinetto dove è situata la partenza sembra un prato tagliato all’inglese rispetto alla selva di Pianfei; i primi punti veloci nella parte bassa dell’abitato paiono un premio per chi ha superato le fatiche del giorno precedente. Gli organizzatori hanno, però, previsto un crescendo di difficoltà che, unendosi alla fatica crescente e alla lucidità calante, crea un amalgama perfetto per concepire quegli errori che nelle sprint fanno la differenza tra una gara dignitosa e un disastro. La seconda parte di gara, disputata nella parte più alta dell’abitato, segna un primo innalzamento di difficoltà. Nulla che un orientista mediamente capace non possa gestire, ma il peggio deve ancora venire. Una nuova salita porta nel parco cittadino che sovrasta Demonte. Qui le difficoltà raggiungono l’apice. I dettagli improvvisamente esplodono in un caleidoscopio di complessità, che obbliga menti ormai già affaticate ad una lettura veloce e precisa. I punti si susseguono vicini, ma le siepi e i muretti obbligano a strani giri non sempre facili da indovinare nel marasma dei particolari. Superato questo scoglio una curiosa scala a chiocciola conduce al punto spettacolo e all’ultimo giro dove le energie residue vanno raschiate per spingere al massimo senza compiere gravi errori prima del finale in discesa.
Il ponte festivo regala ancora un giorno di gare, questa volta passando alla distanza middle. Sede della competizione è Bergemolo, piccola conca incassata tra le montagne che iniziano la salita verso le più alte vette al confine con la Francia. La lunga marcia verso la partenza alta fa intendere a tutti che oggi non sarà facile. Il sentiero largo dopo qualche centinaia di metri viene abbandonato per un tratturo più incerto, cupamente attorniato da un bosco, oggi sì ripido e reso fosco dalla giornata nuvolosa. Alberi sono rovinati sul sentiero, obbligando a giri a volte complicati. Una volta partiti, abbandonato il sentiero principale, si è proiettati in quello che resterà il copione di tutta la gara, sia in piano, su terreni ripidi, in semiaperti o nel bosco: il terreno è complicato da gestire. Anche qui definirlo difficile è un omaggio all’approccio mai roboante dei piemontesi. Altrove potrebbe essere definito con epiteti non adatti a molte fasce orarie. Le zolle sembrano aggregate alla bell’e meglio, rabberciate grossolanamente con tanti, tanti sassi a fare da collante. Il fondo è l’apoteosi dell’irregolarità, ora pietroso, ora misto di terriccio ostinato, ora unito a rametti e vegetazione a piacere. Più che correre, oggi è già molto muoversi senza prendersi troppe distorsioni. Ogni concorrente, dall’élite più talentuoso al più sventurato carneade, si arrabbatta a balzellare di zolla in zolla cercando di mantenere una via che non faccia ruzzolare a terra troppe volte. Certo i primi si muovono con la grazia dei ballerini, mentre i secondi caracollano in modo disordinato, ma tutti vengono spremuti dal terreno irregolare che non molla un istante di far male. Ogni passo, per le gambe, è come ricevere un pugno ora più forte, ora più attutito, ma tutti, tutti ben assestati. Questo movimento deve poi essere unito all’obiettivo vero di una gara di orientamento, cioè disegnare una rotta che, se non è la migliore, perlomeno faccia trovare i vari punti di controllo senza dissipare troppi secondi o minuti. Questo non è un esercizio facile se si è già costretti a lottare, ogni singolo centimetro, contro massetti traditori e infami terricci che congiurano per farti deviare dalle giusta rotta. La zona attorno al punto spettacolo è l’unica che offre, per qualche istante di correre in un prato abbastanza filante; pare quasi un miraggio e non tutti sono ancora lucidi da sfruttare sino alla fine questo insperato dono. Alle volte le fortune capitano tanto improvvise che si reputa più conveniente continuare a farsi male. La parte di bosco più basso non cambia il copione. Il terreno resta infido, ora alternando zone verdi alle distese di sassi, ma non offre riposo e sicurezza fino alla vera fine. Lo sprint finale, da percorrere su un prato leggermente sconnesso, ma così bello da sembrare un’autostrada, viene percorso da tutti con orgoglio, perché chiudere questa tre giorni esigente, su mappe ora tremende ora spettacolari, è un premio per chiunque.