Si chiude il 2025 dell’orienteering nazionale

Ottobre porta a compimento la stagione 2025 per l’orienteering nazionale. Lo fa con un doppio appuntamento ravvicinato, sulla cui opportunità il comitato centrale della federazione dovrebbe riflettere. Nonostante la scelta non brillante del calendario, tuttavia il gran finale è stato all’altezza, con quattro prove di spessore, locate sempre in scenari splendidi.

Luigi Giuliani affronta il ponte di Vigo alla partenza del Campionato Italiano Sprint.

Si inizia sabato 18 con i Campionati Italiani Sprint disputati nel centro storico di Chioggia. La cittadina lagunare si presenta con i suoi canali e le calli e i ponti, imitando alcuni aspetti della vicina Venezia, ma senza ovviamente poterli eguagliare. Le isole teatro della gara sono due rettangoli perfettamente scanditi da vie parallele di lunghi caseggiati, solo a tratti interrotti da vicoli irregolari che li tagliano trasversalmente. Di solito questa disposizione è sinonimo di gara noiosa, ma nell’orienteering la sovrabbondanza di particolari non è mai un segnale confortante per chi si aspetta una gara facile. La partenza sullo scenografico Ponte di Vigo esaurisce il grosso del dislivello di giornata; i gradini e lo zigzag tra i turisti impedisce una lettura precisa, così ti trovi catapultato in una matassa di vicoli ravvicinati e devi decidere in pochissimi istanti che cosa fare. Sai che sbagliare la calle significa allungare oltre modo la tratta, perché poche volte è concesso il taglio trasversale; quindi, devi contare le vie o fidarti dei pochi particolari che cambiano tra un vicolo e l’altro; ora un portico, ora una piccola rientranza. I particolari arrivano vicinissimi, il percorso è tutto pianeggiante; pertanto, non hai neppure la scusa del dislivello per andare piano e leggere. Si prosegue così un punto dopo l’altro, correndo a perdifiato tra le calli, il cuore sempre in gola nell’ansia di aver imboccato quella sbagliata. Un attimo di distrazione oggi si paga carissimo, perché mancare la svolta giusta porta a smarrirsi nel giro di un istante e i secondi fanno svelti a diventare minuti.

Una delle mass start del Campionato Italiano Sprint Relay. In prima fila si notano Chiara Magenes e Lucia Riva, che hanno dato il via alle loro staffette nella categoria Under20.

La seconda gara della due giorni veneta prevede il Campionato Italiano Sprint Relay. Ospita l’evento Mirano, cittadina che ricorda i fasti di un tempo passato con i parchi delle numerose ville nobiliari attorno all’elegante centro cittadino. Gli atleti giungono convinti che sarà una gara piuttosto semplice, praticamente solo da correre. Sarà così, ma va riconosciuto al tracciatore la fantasia di aver messo in atto tutti i tranelli possibili per vivacizzare la competizione. Il tracciato alterna zone urbane, abbastanza squadrate, dove chi può apre il gas e chi è più in affanno deve mettersi il cuore in pace e fare fatica; e parchi cittadini, dove, improvvisamente, si viene avvolti da vegetazione fitta e uno scenario che pochi metri prima non ti saresti aspettato. Nel complesso una prova divertente, perfetta per la corsa sull’uomo a cui la sprint relay obbliga, con continui cambi di paradigma che impediscono di annoiarsi.

Lorenzo Stalio termina la sua fatica nella finale di Coppa Italia Sprint a Cortona.
Una lanterna compare al termine di una ripida rampa di Cortona. Il premio dopo la fatica.

Passa una settimana e gli orientisti si trovano a Cortona, restando sempre nell’ambito delle prove sprint, ma cambiando completamente scenario. Si passa dalle cittadine venete, piatte, regolari e punteggiate dalle ville patrizie, ad un comune toscano arroccato su una collina irta e composto da stradine tutte contorte e irregolari. Già l’andare in partenza obbliga ad affrontare un paio di rampe non indifferenti, che fanno capire che oggi non sarà per niente facile. I primi punti levano poi gli eventuali dubbi rimasti: pochi metri e appaiono le rampe assassine che fanno rimpiange le piatte calli venete della settimana prima. Che siano scalinate o no, le vie fanno a gara per mostrare la pendenza peggiore e lavorare da subito le gambe e il fiato dei concorrenti, come un pugile asfissiante. La pianta urbana, poi, segue il contorno della collina, così assume un aspetto tondeggiante, comunque irregolare, che irride la logicità delle scelte, impone continui aggiustamenti, confonde e disperde le menti atterrite dai primi dislivelli. La discesa che porta nel cuore dell’antico comune, tra i superbi palazzi medioevali, permette un po’ di recupero, anche per la bellezza che solo i borghi italiani sanno mostrare, ma chiaramente non è finita. Nuove rampe si palesano via via più spietate. Nelle sprint si deve correre al massimo, dicono, ma oggi non è infrequente vedere gente camminare, ora più svelta, ora più affaticata. L’errore non si paga soltanto in termini di secondi, ma anche e soprattutto in termini di dislivello gratuito che abbatte ancora più le forze via via assorbite dalla prova.

Il punto 100 accoglie gli orientisti usciti dal bosco del Monte Amiata.

Per la gara della domenica sarà necessario alzare un po’ il tono, perché il bosco dell’Amiata lo merita. Si corre in una faggeta e come tutti gli orientisti sanno, questo significa un sottobosco pulito, buona visibilità e prove piuttosto fisiche, dove la tecnica deve sorreggere in un ambiente privo di particolari evidenti. La maestosità del bosco è accentuata dai colori dell’autunno, che lo rendono un’arena di altissimo fascino. Le foglie cadute colorano il fondo di uno scarlatto che contribuisce senz’altro a confondere i sentieri, ma pare un tappeto di un castello reale. Quelle rimaste sugli alberi sono uno scintillio di gialli e rossi che sembrano arazzi e stendardi attorno ad un trono. Una giornata di sole avrebbe aggiunto un brillio di foglia in foglia, che avrebbe aumentato ancora la scenografica maestosità della selva; il cielo cupo, che il meteo ha destinato, toglie un po’ di lucentezza, ma non la regalità di un bosco semplicemente splendido. La gara si snoda sulle pendici del Monte Amiata in un susseguirsi di tratte mai banali, piuttosto fisiche ed esigenti, ma che soddisfano i palati più esigenti. Il fondo pare un tappeto, per quanto celi talvolta le sue insidie nel coprire ora una buca, ora la svolta del sentiero. È un bosco severo, che punisce i concorrenti che si smarriscono con minuti di errore, ma mai cattivo. Non si trovano le lentezze o le trappole esasperate di altre selve: qui ogni cosa è regolare, per quanto gli aiuti siano centellinati e bisogna sapersi meritare ogni singolo punto.