L’orienteering sotto la Torre Pendente

Ci sono arene di gara dove la tecnica spadroneggia incontrastata. Sono posti dove le forme del terreno, la vegetazione o l’architettura, se parliamo di gare urbane, è tale da rendere naturalmente complicato l’orientamento degli atleti. In questi luoghi, durante la competizione, l’ansia di sbagliare e la fatica sono pari solo alla soddisfazione di esserne venuti a capo. Altre arene, invece, sono decisamente più modeste, offrendo difficoltà inferiori, percorsi che solo una mano superba di tracciatore può rendere meno noiosi. Questo problema interessa soprattutto le gare urbane, perché anche in una nazione di piccoli borghi attorcigliati, si sono susseguiti popoli e visioni architettoniche completamente ostili ai bisogni dell’orienteering italiano. Gli antichi romani, in particolare, figurano al primo posto nella lista nera dei tracciatori; non solo hanno riempito la penisola di città a pianta regolare, ma hanno influenzato anche moltissimi stili successivi, che hanno rovinato, raddrizzandole, le belle matasse di vicoli che il Medioevo aveva lasciato.

Pertanto gli orientisti giunti a Pisa, città romana e pianeggiante, e in cui i secoli bui non sono riusciti a sistemare troppo quanto gli antichi e la geografia avevano rovinato, non si aspettavano due prove di campionato italiano particolarmente complicate. Va detto che l’arena compensava le basse aspettative di partenza con uno sfondo di notevolissimo pregio, che le bellezze architettoniche circostanti rendevano pressoché unica.

L'atleta junior Elia Pozzi sprinta verso il traguardo di Piazza Santa Caterina.

La partenza della gara individuale riesce, tuttavia, a scardinare le aspettative. Dopo un lungo avvicinamento, superiore per moltissimi al tempo di gara, e l’attesa in un parchetto che il gran caldo contribuisce a rendere ancora più desolato, i concorrenti vengono convogliati dentro le segrete di una fortezza. Ripetere le classiche attività pre-partenza in un luogo che è il misto tra una cantina e una catacomba, spiazza tutti; a maggior ragione confonde lo start dato ancora nella leggera oscurità del seminterrato. Che sia nei boschi o nelle città, l’orienteering è uno sport all’aperto e non è normale stare tra quattro mura. Inoltre ci si era attesi lunghe cavalcate tra vie più o meno ampie, invece l’inizio nel piccolo Giardino Scotto è quanto di più claustrofobico si possa trovare. I punti sono stati ammassati in una zona fitta di particolari, vicinissimi tra loro; li si può raggiungere solo con zigzag non banali dovendo scartare in continuazione per correggere la direzione. Tracciatore e posatori, inoltre, si sono divertiti a nascondere le lanterne con cura, spesso anche con scelte discutibili. I primi minuti di gara sono, quindi, già decisivi: sei ancora fresco, vorresti spaccare il mondo correndo a perdifiato e ti trovi in questo labirinto, insidiosissimo, incerto se buttarti dentro una siepe nella speranza di trovare subito il punto e fuggire da questo incubo miniaturista. L’uscita dalla fortezza pare quasi una liberazione e da qui inizia una gara completamente diversa. Vie dapprima ampie, poi più strette, tutte comunque diritte, pianeggianti, dove liberare i cavalli della corsa. Le barriere creano qualche piccola difficoltà, ma il tasso tecnico non sale mai davvero in una corsa che è per il resto basata sulla velocità.

Federica Negri riparte dopo il passaggio al punto spettacolo. La sua gara a staffetta è quasi conclusa.

La staffetta mista della domenica si corre, invece, secondo un canovaccio più tradizionale per quanto magnifico nello sfondo. Viene interessata la zona a nord dell’Arno, il vero centro storico, costituito da vie abbastanza regolari e squadrate. È il regno della velocità, moderata solo da piccole scelte e da qualche barriera che offre leggere difficoltà tecniche. I primi punti toccano due eccellenze ospitate dalla città toscana: partenza dalla Scuola Superiore Sant’Anna e primi punti attorno alla Normale, in un giusto omaggio al talento fuori dal comune dei giovani che qui hanno studiato. Quindi c’è il vero punto spettacolo della gara in Campo dei Miracoli; spettacolo, ovviamente, nel senso che il passaggio della Torre Pendente e della magnificienza del Duomo e del Battistero obbligano ogni atleta a qualche istante di meraviglia, prima di rifiondarsi nella più stretta attualità della gara. La concentrazione è necessaria per i punti successivi, perché la zona dell’Ospedale è l’unica che può offrire un po’ di tasso tecnico, a causa dell’irregolare distribuzione e forma di giardinetti e piccoli edifici. Una volta fuori si torna al canovaccio iniziale, basato su velocità assoluta e attenzione alla barriere. Nel finale si torna al copione claustrofobico che aveva aperto la gara del giorno prima. Dopo il punto spettacolo gli ultimi punti si susseguono a brevissima distanza, obbligando gli atleti esausti a forzare le scelte e palpitare nella speranza di non aver commesso errori. Questo a maggior ragione perché la staffetta, con la modalità della mass start, esaspera la dinamica di certe scelte, offre maggiori stimoli e distrazioni, vedendo gli avversari correre tutto attorno, e fa pagare ogni errore anche ai compagni che, magari, avevano dato anche più di quanto potessero. È il gioco spietato e affascinante delle prove di squadra: nella corsa si è sempre soli, ma si porta sulle spalle il peso di una responsabilità che è maggiore perché condivisa.

Il punto spettacolo in Campo dei Miracoli. Qui si corre vicino alla grandissima arte.
Due staffette M35 lottano per un piazzamento nello sprint tra la 100 e il finish. Per la Besanese all'opera Diego Pirola.

Il fascino della gara a staffetta conclude una due giorni tutto sommato piacevole. Probabilmente i puristi avranno storto il naso di fronte ad un weekend nazionale tutto urbano, con prove non particolarmente tecniche; l’orienteering, tuttavia, ha anche questa disciplina basata sul dinamismo e sulla brevità dello sforzo, molto diversa dalle più solenni tratte dei boschi, ma altrettanto degna. In ogni modo la magnificienza dello sfondo e il passaggio all’ombra della Torre di Pisa hanno aggiunto quel fascino che tracciati, per altro, più modesti non poteva offrire.