L’orienteering nel fango della Valdastico

Il secondo weekend di gare nazionali di questa strana stagione orientistica, che cerca di fingere e offrire normalità in zona rossa, è ospitato nuovamente dalla provincia di Vicenza, nelle sedi di Schio e Velo d’Astico. Ancora una volta si corre in regime di restrizioni sanitarie che ha impedito, o perlomeno fortemente limitato, il piacere del pre e post gara orientistico, ma senza smorzare l’entusiasmo delle centinaia di partecipanti, di tutte le età, che hanno dato spettacolo tra le veloci vie della città laniera e gli arcigni massi della Val d’Astico. La gara middle della domenica ha poi dato il bentornato ad una vecchia compagna del mondo di bussola e mappa: la pioggia, anche questa volta caduta copiosa su tutti i concorrenti

 

Laura, Alessandra e Angelica all’arrivo dopo la gara middle.

L’attualità della pandemia ha, poi, fatto passare in secondo piano le suggestioni della storia: l’arena di gara della middle affacciava sul monte Cimone, la cui vetta, straziata un secolo fa da un’altra tragedia di proporzioni gigantesche, resta ammantata dalle nubi cariche di pioggia. Si corre infatti tra le trincee della Prima guerra mondiale, che devastò le montagne e i paesi della Val d’Astico così tanto da lasciarne ancora oggi i segni, come la vetta della citata montagna sventrata dalle mine e sfigurata dagli scavi delle trincee.

Ha, invece, un’atmosfera completamente diversa la gara sprint del sabato a Schio, tutta basata sulla velocità. Un percorso abbastanza banale non offre grandi opportunità alla tecnica di ribaltare la forza delle gambe. Si parte ed è subito scalata verso la Chiesetta di Santa Maria della Neve che taglia le gambe e il fiato dei meno preparati. Una discesa resa dura dai tanti scalini porta al Parco della Valletta, dove i punti successivi sono un omaggio alla recente abitudine di portare le sprint in bosco. Su e giù tra le collinette del parco che obbligano ad una lettura rapida e riducono le forze per la seconda parte di gara, più pianeggiante, corsa tra le vie cittadine. Qui davvero conta soltanto la velocità, perché il tracciato sembra sforzarsi per ignorare le scelte che la mappa potrebbe offrire, semplificando al massimo le operazioni.

Cambia completamente la musica nella gara middle della domenica: nei luoghi della Prima guerra mondiale non si può che correre orienteering di logoramento. Le sassaie infide e le ripide coste, le aree di verde e le profonde trincee … ogni passo e ogni punto vanno conquistati a forza di cruente spallate, appigliandosi a tutta l’agilità che si possiede e ad ogni goccia di tecnica acquisita. Non esistono tratte facili in questa middle di gran classe che setaccia gli atleti, dividendo quelli capaci, che innalza, dagli altri che, inesorabilmente, affossa.Già ad andare in partenza si capisce che  non sarà facile. La costa da scalare si presenta erta, il bosco incombe sinistro lasciando presagire tutto fuorché una facile giornata. La zona di partenza è così compressa nel versante ripido che lo spazio di riscaldamento è praticamente ridotto all’osso, obbligando i più volenterosi a prepararsi su stretti sentieri sdrucciolevoli o rampe già cattive. A deprimere ulteriormente gli animi ci pensa la pioggia che imperversa democratica sui più forti e sulle comparse. Le dure zolle della Val d’Astico si inzuppano di acqua trasformandosi in fango su cui, dopo la partenza, andranno ad incespicare quasi tutti. Nel bosco, intanto, lo sparpaglio dei concorrenti è totale. Il terreno è un maestro severo che bacchetta senza pietà i concorrenti che sbagliano, mentre le coste ripide tagliano le gambe in salita e mettono a dura prova i tacchetti nelle discese. Quasi ovunque la scena è questa: i concorrenti sbuffano tra i massi che incombono cupi in ogni dove, scivolano nel fango e imprecano nei loro dialetti. Ad un tratto si scorge un concorrente farsi strada tra le felci e i sassi con la grazia di un ballerino, la pioggia stessa sembra farsi da parte per non rallentare la sua corsa. La visione passa in un attimo, poi scompare mentre le comparse tornano al loro crudo mestiere di avanzare nel fango e scorgere le pezzuole bianche e arancione che significano un passo avanti nella lotta contro gli elementi. Solo i più attenti hanno notato che anche la mappa del campione, anche la sua divisa, sono intrise dello stesso fango delle nostre, segno che anche lui, in qualche tratto, è stato sconfitto dal bosco infido.

La gara prosegue con una varietà di situazioni che, se da un lato scompone le poche certezze, dall’altra diverte non poco. Ad una costa, segue una zona di massi dove si capisce che tra essere molto e abbastanza precisi passa un mondo di minuti perduti; poi una zona di valloni e qualche sentiero che si offre come un’oasi nel deserto, quindi nuovamente una costa affilata come un rasoio. L’ultimo terzo giù verso il paese, è un loop più semplice ma niente affatto scontato che mischia terreni aperti a boschetti dove davvero nulla è regalato. La pioggia ovviamente non cessa e il fango, passaggio dopo passaggio, rende le tracce sempre più scivolose. È il momento di dare tutto, ma per tanti a questo punto restano davvero poche gocce di benzina.

Ne esce quindi un weekend di gare a due volti, dopo una sprint abbastanza anonima, una middle dalle mille suggestioni resa più epica dalla pioggia e dal fango. Resta la malinconia di vedersi tagliati i momenti di socialità, di stentare a riconoscere dietro le mascherine i volti degli avversari e amici; sui fisici di molti concorrenti si notano i segni del lockdown e dell’immobilità forzata, ma la voglia di lottare punto dopo punto, costa dopo costa, non ha abbandonato nessuno, come il piacere di rialzarsi dopo una scivolata nel fango o l’attraversare dritto per dritto i fiumi anche più profondi. Questa strana stagione resiste come può e offre un’opportunità di correre che sembrava impossibile qualche mese fa. Sono solo due giorni immersi in altri dove la paura, lo scoramento e la rassegnazione fanno il bello e cattivo tempo. Ma sono due giorni dove chi vince esulta, chi perde si rammarica delle scelte errate; dove si misurano i progressi o i tonfi, dove si schizza felici giù da una riva fangosa, dove l’occhio s’illumina di una gioia da bambini quando la lanterna appare dopo una tratta, sia essa precisa o meno; sono due giorni dove si torna a vivere e sperare che, nonostante la pioggia, il fango e le difficoltà del bosco, ognuno alla fine, con il suo tempo, arriverà al traguardo tanto agognato.